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    Il codice del rumore

    La complessità crescente della vita contemporanea tende a mettere in crisi tutte le opposizioni più consolidate, come quella tra silenzio e rumore: due realtà che continuamente si scambiano le parti tanto nei processi conoscitivi quanto in quelli comunicativi.

    Predica l’antico proverbio popolare che il troppo stroppia. Che ogni eccesso è negativo anche se riguarda qualcosa di cui, nella giusta misura, non posiamo talvolta fare a meno.
    Per esempio, si parla sempre più spesso di inquinamento da rumore, che può causare effetti nocivi sul comportamento e sulla stessa salute degli esseri viventi, uomini o animali che siano. Al contrario, si sottolineano gli effetti salutari del silenzio, che aiuta a concentrarsi, regola i livelli della pressione sanguigna e sembra perfino favorire la crescita di nuove cellule cerebrali!
    Più semplicemente, se il rumore intenso affatica e nuoce al sistema nervoso, il silenzio agevola il recupero delle energie mentali. In termini biochimici, si registrerebbe una sorta di conflitto tra gli ormoni dello stress, come il cortisolo, e gli ormoni del piacere, come le endorfine.


    Tutto vero. Tutto giusto. Ma resta il fatto che il troppo stroppia: troppo rumore, ovviamente, ma anche troppo silenzio. E non parliamo soltanto di auspicabili condizioni di vita, giustamente articolata in momenti di impegno esteriore e momenti di impegno interiore, di immersione nel mondo e di immersione in sé stessi. Parliamo anche di un problema con cui spesso la tecnologia ha avuto a che fare, costantemente alla ricerca di un antidoto ai rumori sempre più fastidiosi prodotti dalla civiltà contemporanea e tuttavia altrettanto alla ricerca di una giusta misura tra il rumore e il silenzio, in grado di preservare la indispensabile funzionalità di entrambi.
    Ricordiamo che sino dagli anni Cinquanta, soprattutto per attenuare il rumore all’interno delle cabine di pilotaggio di aerei ed elicotteri, si cominciò a progettare il cosiddetto Active Noise Control (ANC, controllo attivo del rumore): l’annullamento o quanto meno la riduzione del rumore mediante la emissione di suoni della stessa potenza e in controfase rispetto al rumore stesso, allo scopo di provocare una interferenza distruttiva.


    Ma – nelle questioni tecnologiche come in quelle sociologiche c’è sempre un ma, o talvolta un però – ci si è subito resi conto che questi dispositivi non rimuovono soltanto i rumori indesiderati, ma tutti quelli circostanti con frequenze similari, inducendo le persone che li usano, a perdere i contatti con l’ambiente circostante, rischiando di non accorgersi di eventuali pericoli imminenti.
    Il rischio concerne in maniera specifica le automobili elettriche, che rendono senza dubbio un ottimo servizio a chi le pilota e in genere agli equilibri ecologici, ma pongono problemi di sicurezza alle altre autovetture, a quattro o a due ruote, e ai passanti che si si trovano a muoversi nel traffico come se fosse quello, rumoroso, di una volta.


    Nelle nostre riflessioni sulla portata sociale e culturale delle innovazioni tecnologiche abbiamo avuto modo di soffermarci spesso sul problema delle automobili elettriche, come di quelle a guida automatica, che si stanno diffondendo nelle quotidiane abitudini di vita, agevolandole sul piano della mobilità e della conseguente operosità, ma anche talvolta pregiudicandole sul piano feticistico della velocità e del senso di onnipotenza che ne deriva.
    Già otto anni fa (marzo 2014), la nostra rivista pubblicava una delle prime prove italiane su strada della Tesla, la prima berlina di lusso a propulsione elettrica, rilevando quello che, a oggi, potrebbe emergere come il vero problema delle vetture elettriche in generale. Fatta eccezione per il rumore degli pneumatici sull’asfalto e il leggero sibilo del motore, infatti, non si riesce a percepire, per la scarsa sonorità, la vettura in movimento. Ciò costituisce anzitutto un pericolo per i passanti ignari e comunque una difficoltà, per i guidatori abituati a “sentire” anche acusticamente la propria macchina e quelle che si muovono nelle vicinanze.


    Il nostro punto di vista risultava allora specificamente orientato sulle problematiche industriali e commerciali di nuovi prodotti tecnologicamente avanzati, di cui si possono trovare testimonianze anche più recenti sulla nostra Home Page. Ma evidentemente il problema stava assumendo una portata più vasta e incisiva. In effetti, un mese fa, l’8 agosto di quest’anno, “The New Yorker”, periodico che autorevolmente commenta in una chiave politica e sociale le più significative mutazioni culturali, ha dedicato un lungo articolo in cui John Seabrook, giornalista e scrittore particolarmente attento alle relazioni tra creatività e funzionalità tecnologica, si soffermava sull’impatto “infortunistico” delle automobili elettriche, nella prospettiva della contraddizione tra eccesso e carenza di rumore: “Il cervello deve ignorare gran parte del normale rumore bianco metropolitano, pur rimanendo attento a suoni insoliti che potrebbero essere di vitale importanza. Il cervello in stato di veglia svolge una funzione di filtro simile nel paesaggio sonoro urbano, ignorando il maggior numero possibile di rumori privi di significato”.


    Tuttavia, se “un veicolo a emissioni zero ha evidenti vantaggi per l’ambiente, un’auto silenziosa comporta discutibili vantaggi per il bene pubblico. I motori delle automobili, per quanto fastidiosi li trovino i cittadini che non guidano, sono ricchi di informazioni, fornendo una rete sonora protettiva che ci protegge dalle collisioni mentre navighiamo per le strade”.
    Così l’attenzione si è progressivamente spostata dalla eliminazione del rumore al suo controllo e dal suo controllo alla sua valorizzazione. Grazie a una legge del Congresso del 2010, che ha dovuto superare non poche ostilità lobbistiche, “ogni veicolo elettrico e ibrido prodotto dal 2020 e venduto negli Stati Uniti deve essere dotato di un sistema di allerta acustica del veicolo, che emette rumori esterni quando l’automobile viaggia a meno di diciotto miglia e mezzo all’ora”.
    Una manna, chiosa spiritosamente Seabrook, per i musicisti chiamati a creare suoni gradevoli e personalizzati per ogni tipo di automobile elettrica, preannunciando una nuova sorta di cacofonia, composta non più da rumori spiacevoli, ma da rumori piacevoli e però non necessariamente graditi e soprattutto non facilmente individuabili come segnali delle emergenze del traffico.


    Perché questo è il problema, che si rivela cruciale per l’intero spettro delle attività umane: cosa è un rumore? La risposta a nostro avviso più interessante e appropriata è quella che possiamo leggere in un testo di riferimento sul rumore, pubblicato una quindicina di anni fa da Bart Kosko, lo stesso autore al quale – su una analoga “lunghezza d’onda”, tanto per restare in argomento – dobbiamo anche la divulgazione più accreditata della logica fuzzy, termine molto di moda qualche decennio fa per indicare quei ragionamenti matematici approssimativi che meglio si prestano a descrivere una realtà non tutta inquadrabile in sistemi di opposizioni chiari e distinti (Il Fuzzy-pensiero, Baldini&Castoldi 1995).


    In Rumore (Garzanti 2008) Kosko ribadiva che “un segnale per una persona è un rumore per un’altra persona”. Che cioè il suono armonioso e il suono disarmonico si distinguono soltanto per quei processi attenzionali mediante cui i nostri specifici interessi si proiettano su una realtà in continuo movimento, ma anche in continua concomitanza e sovrapposizione non soltanto sonora. Dove l’ordine e il disordine sono concetti del tutto relativi, ma, nella loro sistematica alternanza, nell’incessante passaggio dall’uno all’altro livello di soglia, risultano altrettanto fondamentali per la vita: “Il rumore potrebbe non essere il segreto della vita. Ma in sua assenza la vita avrebbe potuto non essere”. Perché la vita segna appunto una discontinuità, un salto quantico nella continuità dei processi naturali, e questa discontinuità, che ad alcuni può sembrare un rumore, per altri, in particolare se avvezzi al gioco dei sensi molteplici, costituisce la condizione per potersi muovere da protagonisti sul palcoscenico della vita.


    Una vera e propria “guerra di codici”, per riprendere il titolo di un vecchio, ma sempre valido libro di David Kahn sulla crittografia (Mondadori 1969), in cui si parte sempre dalla convinzione che tutto abbia un senso, ma che per decifrare questo senso, si debbano programmaticamente commutare i codici. Esattamente come facciamo di continuo nella vita quotidiana, dove per dare senso, o più senso alle nostre parole, adottiamo volta a volta modi diversi – nell’accento, nel tono della voce, nell’atteggiamento comunicativo – per dirle e per dire al tempo stesso che stiamo dicendo qualcosa non privo di senso. Anche in questo caso un poco di rumore risulta indispensabile per conciliare una migliore espressività dei suoni a cui affidiamo la nostra speranza di venire adeguatamente compresi.

    (gv)

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