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George Chan/Getty Images

I controlli sull’età possono rivelarsi incredibilmente controproducenti, spingendo i ragazzi verso gli angoli più oscuri del web. Colmare queste lacune non farà altro che peggiorare la situazione.

I divieti sui social media si stanno moltiplicando. A luglio, la Francia si è unita all’Australia nel limitare l’accesso dei minori ai social media, vietando ai ragazzi sotto i 15 anni l’accesso alle principali piattaforme, prima che il divieto venisse bloccato dalla Corte Suprema del Paese per motivi legati ai diritti umani. Il Regno Unito punta a vietare ai ragazzi sotto i 16 anni l’accesso a Facebook, TikTok e altre piattaforme all’inizio del 2027, mentre l’UE ha annunciato un proprio piano per vietare l’uso dei social media ai minori di 15 anni.

Ma le prime lezioni dall’Australia, che ha emanato un divieto nel 2024, dimostrano che questo tipo di restrizioni di età sono facilmente aggirabili. Uno studio pubblicato all’inizio di quest’anno ha rilevato che quattro adolescenti su cinque di età inferiore ai 16 anni sono riusciti ad accedere alle piattaforme vietate. Gli adolescenti hanno sperimentato con successo molte tattiche per aggirare i divieti, dall’utilizzare il volto di un fratello o una sorella per l’identificazione al disegnarsi una barba finta.

Alcuni sostenitori dei divieti hanno chiesto una maggiore attenzione all’applicazione delle norme, in modo da bloccare queste soluzioni alternative. Ma l’aggiramento delle restrizioni è un segnale, non un fastidio o qualcosa da scoraggiare semplicemente. Il fatto che i ragazzi cerchino attivamente modi per aggirare i divieti ne evidenzia i limiti. I divieti sui social media limitano l’accesso dei ragazzi alle informazioni, comprese quelle essenziali per il loro sviluppo, la formazione della propria identità e la socializzazione, specialmente durante l’adolescenza. Peggio ancora, ulteriori restrizioni rischiano di sortire l’effetto contrario. Colmare le lacune nei controlli sull’età potrebbe danneggiare i ragazzi spingendoli verso angoli del web meno moderati e più rischiosi. Inoltre, compromette la privacy e la sicurezza di tutti, costringendo le persone a fornire informazioni personali sensibili per dimostrare la propria età.

Nel nostro lavoro abbiamo riscontrato che sia i genitori che i ragazzi desiderano politiche più intelligenti e sfumate che proteggano i minori, le famiglie e i loro diritti. Ciò può tradursi nell’imporre limiti più rigorosi alla raccolta dei dati da parte delle aziende, oppure nel fornire alle famiglie strumenti flessibili per controllare i contenuti e l’accesso secondo le proprie esigenze.

I controlli sull’età non porteranno al cambiamento auspicato, né semplificheranno il ruolo dei genitori nel mondo digitale. Nella migliore delle ipotesi, solleveranno solo questioni più spinose e rimanderanno la discussione al sedicesimo compleanno del ragazzo. Nella peggiore delle ipotesi, lasceranno i ragazzi senza alcuna guida mentre si muovono nel mondo online.

Un Internet meno sicuro per i ragazzi

Quando i giovani aggirano le restrizioni, spesso fanno proprio ciò che vorremmo che le menti in fase di sviluppo facessero e ciò che celebriamo in altri contesti: assecondare la curiosità, risolvere problemi ed esercitare l’indipendenza. È importante che i ragazzi lo facciano online, un ambito in cui spesso sviluppano abilità sociali e affinano la propria identità. I divieti nascondono queste motivazioni sotto il tappeto, adottando un approccio paternalistico che non tiene conto delle esigenze dei giovani né delle realtà di ciò che fanno online.

Inoltre, ignorano ciò che alcuni genitori desiderano. Quando lo scorso anno abbiamo esaminato gli interventi sulla sicurezza nei social media, i genitori ci hanno riferito che spesso assecondano i propri figli nelle bugie che li aiutano ad accedere a servizi necessari ma a cui l’età impedisce l’accesso. Non si tratta di un fenomeno nuovo; una ricerca risalente al 2011 ha dimostrato che i genitori insegnavano ai propri figli come aggirare le restrizioni di età su Facebook. Alcuni potrebbero dire che questi genitori siano ignari dei pericoli rappresentati dal web o che semplicemente non se ne curino. Ma i genitori non sono un gruppo omogeneo. Molti vedono semplicemente nell’offrire ai propri figli un accesso responsabile ai social media un modo per aiutarli a entrare in contatto con coetanei che la pensano come loro, a trovare contenuti informativi e ad acquisire fin da piccoli competenze in materia di sicurezza digitale. Molti genitori ritengono che i benefici superino i rischi.

Quando i genitori non facilitano l’accesso e i ragazzi non riescono a entrare nelle piattaforme che desiderano, tendono a spostarsi verso spazi online alternativi, spesso con meno misure di protezione. A volte i ragazzi finiscono su piattaforme piuttosto innocue, seppur non convenzionali, comunicando tra loro su Google Docs o nelle sezioni dei commenti dei podcast. Altre volte si spostano su piattaforme più pericolose che possono renderli vulnerabili ad abusi e predatori. All’indomani del divieto sui social media in Australia, ricerche preliminari mostrano che il tempo trascorso dai ragazzi davanti allo schermo non è diminuito in modo significativo, ma in alcuni casi è stato reindirizzato, con alcuni giovani utenti che si sono spostati in spazi non monitorati e sconosciuti ai genitori. Proprio come le città sono più losche quando non sono affollate, le piattaforme più rischiose per i giovani sono quelle con meno occhi che sorvegliano la «strada digitale». Le piattaforme obsolete, in declino e con scarse risorse tendono ad attrarre sia i giovani vulnerabili sia coloro che ne approfittano.

Un Internet meno sicuro per tutti

I controlli sull’età comportano pericoli a sé stanti. Alcune piattaforme tracciano automaticamente le attività online degli utenti per confermarne l’età. Così facendo, creano un profilo degli utenti, raccogliendo e analizzando i loro dati per trarne conclusioni, il che può aumentare il rischio che i dati vengano utilizzati in modo improprio o divulgati.

Le aziende possono anche richiedere documenti personali come la patente di guida per verificare l’età, il che può portare a una gestione impropria di documenti sensibili o addirittura al furto d’identità. Le violazioni dei dati accadono: l’anno scorso, ad esempio, Discord ha segnalato che uno dei suoi servizi di terze parti, 5CA, utilizzato per confermare l’età, era stato compromesso, esponendo almeno 70.000 immagini dei documenti d’identità ufficiali degli utenti. Basta poco per trovare il modo di utilizzare quel tipo di informazioni a fini malevoli, ad esempio collegando le patenti di guida a specifici account e alle attività private online, il che potrebbe rivelare qualsiasi cosa, dalle opinioni politiche degli utenti alle loro preferenze sessuali.

Gli sforzi volti a rendere più difficile per i minori aggirare i controlli sull’età hanno anche portato i responsabili politici a limitare l’accesso dei minori alle VPN. Progetti di legge statali sulla verifica dell’età nel Michigan e nello Utah hanno cercato di interferire con le tutele della privacy offerte da questi strumenti (il progetto di legge dello Utah è ora bloccato da un tribunale federale), e il Commissario per la sicurezza digitale (eSafety Commissioner) australiano sta spingendo le piattaforme di social media a individuare e bloccare il loro utilizzo. Ma richiedere agli utenti adulti di dimostrare la propria età per accedere a una VPN vanifica fondamentalmente lo scopo di quella tecnologia incentrata sulla privacy. Ciò può esporre molti utenti, in particolare giornalisti e difensori dei diritti umani che si occupano di questioni delicate, al rischio di sorveglianza da parte del governo e persino di ritorsioni.

Cosa potrebbe funzionare, invece?

Anziché tentare di impedire ai giovani l’accesso ai servizi online che consentono loro di ottenere informazioni e di intrattenere comunicazioni adeguate alla loro età, i responsabili politici dovrebbero concentrarsi sugli incentivi che spingono le aziende ad adottare comportamenti che, in primo luogo, creano rischi per i bambini.

Ad esempio, le piattaforme dovrebbero ridurre ciò che gli esperti definiscono “coinvolgimento malsano” o “attività che crea dipendenza”, limitando la raccolta e l’uso dei dati che le aziende utilizzano per proporre contenuti e funzionalità a tutti gli utenti, compresi i bambini. Quasi tutti i genitori e gli adolescenti con cui abbiamo parlato desiderano che i responsabili politici impongano tali restrizioni, ben consapevoli che l’uso dei dati da parte delle aziende è alla base di funzionalità quali la pubblicità mirata. Sia gli adolescenti che i genitori sono inoltre frustrati dalle funzionalità progettate per tenerci tutti online più a lungo di quanto vorremmo.

Un altro approccio potrebbe consistere nell’ampliare la disponibilità di strumenti controllati dagli utenti, in modo che le famiglie dispongano di modalità semplici, flessibili e intuitive per limitare l’accesso a contenuti indesiderati. Ad esempio, il filtraggio dei contenuti basato su parole chiave può consentire a uno studente, bersaglio di un soprannome specifico o di una battuta privata, di bloccare qualsiasi post o commento che lo contenga. È improbabile che le piattaforme sappiano quale parola o termine un bambino potrebbe voler bloccare, né le politiche possono cercare di affrontare tipi di danno così dinamici. Le politiche possono, tuttavia, offrire strumenti che restituiscano il potere nelle mani degli utenti.

Pratiche inadeguate in materia di privacy, flussi di contenuti che generano ansia e la necessità quasi ineludibile di utilizzare le tecnologie digitali per le attività quotidiane, la comunicazione e la ricerca di informazioni hanno giustamente portato genitori e adolescenti a desiderare un cambiamento reale nel modo in cui le aziende conducono la propria attività.

L’aggiramento delle restrizioni evidenzia le lacune delle politiche. Un’applicazione più rigorosa comporterà un’ulteriore raccolta di dati e non risponderà alle esigenze concrete di bambini e genitori.

Michal Luria è ricercatrice senior presso il Center for Democracy & Technology, dove guida il lavoro dell’organizzazione sulla valutazione e la progettazione di sistemi sociotecnici. Aliya Bhatia è analista politica senior presso il Free Expression Project del Center for Democracy & Technology, dove guida le attività di advocacy e ricerca su questioni relative alla sicurezza dei minori online, alle tecnologie multilingue e alla governance delle piattaforme online dal punto di vista dei diritti umani. Danah Boyd è titolare della cattedra Geri Gay di Comunicazione alla Cornell University, dove la sua ricerca si concentra sull’intersezione tra tecnologia e società. Il suo ultimo libro è *Data Are Made, Not Found: A Story of Politics, Power, and the Civil Servants Who Saved the US Census*.