• Le attenzioni di Papa Francesco verso i poveri arrivano a toccare anche il tema del cambiamento climatico.
I paesi tropicali accuseranno maggiormente gli effetti del cambiamento climatico
Mentre il Papa chiede di agire sul fronte del cambiamento climatico, un crescente insieme di prove mostra che i paesi nelle basse latitudini accuseranno gli effetti peggiori del riscaldamento globale.
di Richard Martin 19-06-15
Le attenzioni di Papa Francesco verso i poveri arrivano anche agli effetti del cambiamento climatico.

Nella sua enciclica sul cambiamento climatico, Papa Francesco sottolinea che le ricadute più pesanti del cambiamento climatico colpiranno facilmente su coloro che sono meno pronti ad affrontarle: i poveri.

“Molti poveri vivono in aree che sono particolarmente colpite da fenomeni legati al riscaldamento”, scrive Francesco, “e i loro mezzi di sussistenza dipendono dalle riserve naturali e dai cosiddetti servizi dell’ecosistema, quali agricoltura, pesca e silvicoltura”. Molte di queste persone vivono anche in paesi vicini all’equatore; saranno gli abitanti dei tropicali sentire per primi gli effetti, e a soffrirne maggiormente.

All’interno del suo Indice di Vulnerabilità al Cambiamento Climatico, la società inglese di analisi dei rischi, Maplecroft, elenca 32 paesi soggetti a “rischio estremo”. I primi dieci paesi sono tropicali: Bangladesh, Sierra Leone, Sudan del Sud, Nigeria, Chad, Haiti, Etiopia, Filippine, Repubblica Centrafricana ed Eritrea. Di questi, tutti meno la Nigeria e le Filippine rientrano nella lista dei paesi più poveri secondo le Nazioni Unite.

Le ragioni per cui i poveri che risiedono nelle basse latitudini patiranno le conseguenze peggiori del cambiamento climatico sono meteorologicamente, economicamente e geopoliticamente complesse, ma emergono da un fatto statistico inevitabile: le normali escursioni termiche nei tropici variano in minor misura rispetto ai climi nordici, per cui una qualunque variazione avrà maggiori probabilità di portare con sé degli effetti significativi.

“Le estati in gran parte dei tropici stanno già diventando sistematicamente più calde del solito, influendo sulle scorte di cibo e contribuendo alle ondate di calore e morti come avvenuto quest’anno in India”, spiega Susan Solomon, una professoressa di scienza del clima presso il MIT.

Gli effetti tropicali possono essere raggruppati in quattro aree: disastri naturali e siccità; salute pubblica e malattie; instabilità politica e conflitti; economia ed agricoltura.

Disastri: Ogni volta che una violenta tempesta colpisce gli Stati Uniti si scatena un dibattito sulla possibile responsabilità del riscaldamento globale nei confronti dei singoli eventi atmosferici. Gli scienziati hanno pochi dubbi, però, sul fatto che il cambiamento climatico stia accrescendo la frequenza e severità degli eventi atmosferici più estremi – e che questi eventi colpiscano maggiormente i tropici, in particolare le città costiere e le nazioni insulari come le Filippine. L’aumento di livello dei mari accresce la violenza delle tempeste; la temperatura più elevata degli oceani alimenta le dimensioni dei tifoni tropicali; e la crescente siccità colpisce duramente i raccolti in paesi quali l’Africa Subsahariana. Gli abitanti ricchi della Florida e di Hong Kong potrebbero assistere a un calo nel valore delle loro proprietà, ma in paesi quali il Bangladesh e le Filippine intere famiglie perderanno la propria casa e i propri averi.

Malattie: Temperature più elevate e mesi più umidi accelereranno la proliferazione di malattie tropicali, in particolar modo quelle diffuse da insetti, come la malaria, che ogni anno uccide più di 600,000 persone, la maggior parte delle quali risiedente nei tropici, e la febbre di dengue. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il cambiamento climatico incrementerà la frequenza e la portata di perturbazioni atmosferiche come El Niño, portando all’aumento delle popolazioni di zanzare e scatenando epidemie di malattie da esse trasportate. Temperature più calde faciliteranno inoltre la diffusione della malaria in regioni più elevate, come quella di Debre Zeit nel centro dell’Etiopia, rimasta immune fino ad ora alla diffusione di malattie portate dalle zanzare.

Instabilità: Sono state scritte dozzine di libri in cui si chiede perché instabilità politica, dispotismo e sottosviluppo economico prevalgano maggiormente nei tropici piuttosto che nelle regioni temperate d’Europa, America del Nord ed Asia orientale. Non vi sono però dubbi sul fatto che l’instabilità politica riduca le capacità di una società di adattarsi al cambiamento delle condizioni climatiche, e che il cambiamento climatico contribuirà allo scoppio di rivolte e conflitti nei paesi tropicali. I paesi mal governati avranno minori probabilità di reagire a drammatici cambiamenti ambientali, e i loro cittadini ne soffriranno di conseguenza.

Agricoltura: In parole semplici, la coltivazione è più vulnerabile al cambiamento climatico di qualunque altro mezzo di sostenimento, per via di siccità, alluvioni, malattie delle colture ed altri effetti. Oltretutto, proprio nei tropici e più che in qualunque altra regione, la maggior parte degli abitanti vive dei propri raccolti. L’Intergovernmental panel on Climate Change delle Nazioni Unite ha pronosticato un declino del 50 percento nella resa dei raccolti di alcuni capisaldi dei paesi in via di sviluppo, in particolare riso, frumento e mais – nell’arco dei prossimi 35 anni, specialmente nei tropici. Le grandi operazioni agricole industriali nei paesi sviluppati possono ricorrere all’irrigazione e alla genomica per sopperire al cambiamento climatico. Gli agricoltori di sussistenza no.

“Un mondo in cui i ricchi si sviluppano mentre i poveri soffrono non è un mondo che in molti vorrebbero”, dice Solomon. Questa è l’essenza del messaggio del Papa. Purtroppo, per il momento, è proprio questo il mondo verso il quale siamo diretti.

(MO)