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    Hermes e l’occhio di Dio

    Alcuni eventi del 27 ottobre 2011 (una data qualunque, perché se ne potrebbero scegliere molte altre) sembrano richiamarsi nella sindrome postmoderna della fascinazione mediatica.

    di Gian Piero Jacobelli

    A volte le coincidenze, come sosteneva Carl Jung, significano qualcosa, se non altro perché danno da pensare. A Roma, molte migliaia di persone hanno ingorgato la zona di Ponte Milvio per attendere l’apertura di un grande magazzino di elettronica, che prometteva sconti eccezionali sui più aggiornati gadget televisivi, telefonici e teletutto. Nello stesso giorno, migliaia di persone hanno affollato la Chiesa di Santa Maria Assunta di Coriano, in provincia di Rimini, per partecipare al funerale di Marco Simoncelli, il simpatico e intemperante motociclista, morto il 23 ottobre, durante il Gran Premio in Malesia.

    Soltanto la coincidenza temporale può associare due avvenimenti che apparentemente non hanno nulla in comune: da un lato una riconcorsa al consumo dissennata e sostanzialmente immotivata (che senso ha uno sconto su qualcosa che diventa indispensabile solo perché scontata?), nonostante la crisi economica e il generale, preoccupante impoverimento; dall’altro lato, uno sventurato incidente, in cui ha perso la vita anzitempo un giovane pilota. Tuttavia, se vogliamo prescindere dallo sconcerto e dalla pietà, qualcosa in comune tra queste due folle impazzite, cioè sostanzialmente “fuori di sé”, si può trovare: un paradossale bisogno di partecipare, che trova la sua motivazione in una identità precaria, fluttuante, contraddittoria (è già paradossale che, per partecipare, si debba andare fuori di sé e che, andando fuori di sé, ci si senta più vicini agli altri).

    Non vogliamo scoprire l’acqua calda: quasi tutta la sociologia degli scorsi decenni, da Jean Baudrillard a Gilles Lipovetsky, ha predicato a favore del riscatto del consumo dalle pregiudiziali moralistiche che avvolgevano il consumismo; e quasi tutta la sociologia contemporanea sta riscoprendo l’esigenza e la importanza della partecipazione reale rispetto a quella virtuale, promossa e assecondata dai grandi media, in cui informazione e spettacolo si fondono sino a confondersi. creando la illusione che per esserci non ci sia bisogno di esserci “realmente”.

    Non vogliamo nemmeno riprendere l’annosa, anzi secolare querelle contro le insidie di una modernità che, sradicando le tradizionali abitudini di vita, avrebbe minato alle radici gli altrettanto tradizionali principi identitari, che per altro si basavano principalmente sulle appartenenze famigliari e territoriali, con tutte le conseguenti sperequazioni castali. Anzi, ci siamo spesso associati a quanti osservavano che dalla destabilizzazione della tradizione era scaturita quella “sconfinata” ricerca di sé e quella apertura al mondo in cui, sia pure tra tante violenze e prepotenze, ha trovato riscontro la diffusa istanza di riconoscimento di sé e insieme dell’altro: del “sé come altro”, secondo quanto scriveva Paul Ricoeur, il grande filosofo scomparso qualche anno fa.

    La mediazione non è immediatezza

    Vogliamo semplicemente andare contro corrente nella valutazione di un fenomeno che viene considerato positivamente e talvolta esaltato dalla grande parte degli osservatori: quello degli effetti partecipativi della rete o, nella prospettiva di Marshall McLuhan (di cui in quest’anno si è celebrato, anche su questa rivista, sia l’anniversario della nascita, sia quello della morte), la convinzione che la rete costituisca una reale e non virtuale estensione del corpo e che, in quanto tale, consenta di connettersi agli altri in maniera “sensibile” e “produttiva”: una convinzione ribadita dal figlio Eric McLuhan in un recente incontro con Gianpiero Gamaleri, che pubblichiamo qui a fianco. Per altro, lo stesso McLuhan aveva successivamente evidenziato come l’esito di questa partecipazione virtuale dovesse essere quello di attivare una partecipazione reale; come fosse auspicabile e necessario, perché i regimi della convivenza potessero concretamente dare luogo ai processi di decisione e di responsabilizzazione collettiva, che si passasse dalla piazza virtuale della rete alla piazza reale della città. Il riferimento va evidentemente a quelle “primavere arabe”, che tanto hanno sorpreso, spaventato, entusiasmato l’Occidente, da sempre alla ricerca di una salvezza eteronoma, sulla pelle variamente colorata degli altri, in cui dalla scoperta dell’America in poi sono stati proiettati come onirici tatuaggi i sogni o gli incubi del paradiso e dell’inferno, della origine e della fine, della natura e della cultura.

    In altre parole, ci sembra che la rete, se da un lato tende a porsi in maniera concorrenziale e talvolta alternativa alla realtà (o stai da una parte o stai dall’altra, come nelle sindromi paranoidi), dall’altro lato, intesa come un “margine”, un momento di passaggio tra la realtà di prima e la realtà di dopo, possa accrescere e finalizzare operativamente le opportunità di incontro con gli altri. Il rischio, per chi occupa la rete non meno che per chi se ne occupa, è quello di sottovalutare o di fraintendere la fondamentale funzione della mediazione. La mediazione non ha un valore in sé, ma rappresenta quella condizione di mezzo che serve a relativizzare sia il prima sia il dopo, predisponendosi così a padroneggiare le situazioni relazionali in cui ci si trova, invece di farsene padroneggiare, e mettendosi in grado di valorizzare la propria identità in un senso non statico, ma dinamico. Ciò comporta che si riesca a guardare dall’alto i contesti che prima esaurivano completamente in sé ogni funzione di consapevolezza e di valutazione. Aristotele (nella celebre introduzione del trattato Sul Cosmo per Alessandro, a lui attribuito) aveva identificato questa funzione nell’occhio di Dio, che torna nella mistica cristiana e che la stessa scienza contemporanea sembra avere fatto proprio, dalle prefigurazioni iridescenti del bosone di Higgs (la “particella di Dio”) a quelle della Helix Nebula, che da qualche hanno si aggira curiosamente in Internet.

    La mediazione è fondamentale proprio in quanto non concerne i fondamenti, non appartiene cioè ad alcun contesto, ma si pone “fra”: mediare significa porsi al di fuori, grazie alla possibilità implicita nel confronto di prescindere dai singoli condizionamenti contestuali. Nella deriva digitale, al contrario, la mediazione tende spesso ad acquisire un valore in sé, a reificarsi, finendo per implicare una sostanziale perdita della realtà, come nelle immagini tanto sconcertanti quanto oscene della civiltà dell’immagine (si veda, per restare alla cronaca di quei giorni, il fascino perverso del cadavere di Gheddafi).

    Il più importante successore di Carl Jung, James Hillman — scomparso nello stesso giorno in cui la gente si ammassava al supermercato elettronico di Ponte Milvio e nella chiesa di Rimini – scriveva che “Hermes-Mercurio oggi è dovunque. Vola per l’etere, viaggia, telefona, è nei mercati, e gioca in borsa, va in banca, commercia, vende, acquista, e naviga in rete. Seduto davanti al computer, te ne puoi stare nudo, mangiare pizza tutto il giorno, non lavarti mai, non spazzare per terra, non incontrare mai nessuno, e tutto questo continuando a essere connesso via Internet. Questa è Intossicazione Ermetica”. Il senso della “intossicazione ermetica” è chiaro: di mediazione si vive se serve a passare da una parte all’altra di se stessi, ma si può morire se si resta al suo interno, dove non c’è aria, non c’è cibo, non c’è relazione se non come illusorio riflesso della realtà.

    Per dirla in termini mediatici, se fino a qualche tempo fa si pensava che lo schermo televisivo, confluendo in quelli della rete, avrebbe perso la sua ossessiva invadenza, oggi si comincia a pensare che, al contrario, siano gli schermi della rete a mutuare da quelli televisivi, oltre a molti contenuti, anche quel carattere assorbente e alienante di cui, nello scorso fascicolo, Mario Morcellini, senza disconoscere il ruolo esercitato dalla televisione come agenzia d’inculturazione, riconosceva la persistente pericolosità.

    Si legga, in conclusione, quanto Jason Pontin scrive in questo fascicolo a proposito di Steve Jobs, scomparso in quello stesso terribile ottobre: Jobs era un visionario, non perché guardasse oltre, ma perché sapeva guardare al qui e ora con un occhio diverso, un occhio capace di individuarne le tendenze e di perseguirle, convincendo anche gli altri. Nel nostro ultimo editoriale abbiamo definito “messianica” questa attitudine, per sottolineare come il messia non induca a orientarsi verso le cose lontane, ma a interpretare diversamente le cose vicine. Se la gente si affolla dove si agitano le spettacolari promesse di una vita migliore, per continuare a pensare, dovremmo forse, come sottolineava Hillman, sottrarre Hermes al fascino dello schermo, restando consapevoli che le nostre “camere delle meraviglie” non sono il mondo, ma devono ricordarci che un mondo esiste.

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