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    Elogio della discontinuità

    La odierna Festa dei Lavoratori offre lo spunto per alcune riflessioni non contingenti sui sempre più diffusi e articolati processi della creatività e della innovazione.

    Gian Piero Jacobelli

    C’è chi la chiama “Festa dei lavoratori” e chi la chiama “Festa del lavoro”. Ma, al di là delle formulazioni giornalistiche occasionali, e al di là della prevalenza istituzionale per la “Festa dei lavoratori”, che venne sancita nel 1889 a Parigi dal Congresso Internazionale della Seconda Internazionale Socialista, a noi sembra che la scelta dell’una o dell’altra formulazione cambi non poco le carte in tavola.

    Celebrare il lavoro in quanto tale significa infatti fare del lavoro una conditio sine qua non per essere e sentirsi qualcuno in un mondo in cui la prestazione assurge a fattore fondamentale della vita associata: un do ut des che strumentalizza i rapporti tra gli esseri umani in una dimensione meramente produttiva, anzi produttivistica, cioè orientata a un incremento a oltranza della produzione.

    È vero che nella Costituzione italiana, al primo comma dell’articolo 1, si afferma che l’Italia è «una Repubblica basata sul lavoro», ma in tutta evidenza si tratta più di un diritto che di un dovere: in altre parole, ogni cittadino italiano deve avere la possibilità di lavorare per trovarsi nelle condizioni materiali e spirituali di contribuire alla vita politica, economica e sociale del Paese. In effetti l’articolo 4 della stessa Costituzione precisa che «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto».

    Certo, permane una certa ambivalenza semantica, che trova riscontro nelle stesse discussioni dei Costituenti, in un primo momento orientati sulla formulazione «L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori», mentre solo in un secondo momento prevalse quella di «fondata sul lavoro», intesa come «affermazione del dovere di ogni uomo di corrispondere il massimo contributo alla prosperità comune». Dove riemerge, accanto al diritto, il dovere di lavorare, quasi che il lavoro prescinda dalle sue caratteristiche contrattuali per diventare un fattore qualificante della “cittadinanza” o, come dicevano i Greci antichi, della politeia, in cui confluivano i diritti e i doveri della partecipazione al corpo civico.

    Da questo punto di vista a noi, e a titolo del tutto personale, sembrerebbe più giusto – non corretto, ma giusto – parlare di una “Festa dei lavoratori” che si richiama alle condizioni, alle convenienze, in una parola ai “diritti” di chi lavora, senza per altro eleggere il “lavoro” a Moloch della civiltà moderna, con riferimento all’antica divinità cananea a cui venivano sacrificate vittime umane. Fermo restando quanto abbiamo già osservato in merito al complesso rapporto tra diritti e doveri, questa nostra preferenza trova un riscontro filosofico nella convinzione che ogni operazione di senso – dare senso, togliere senso, mutare senso – non possa avvenire se non in un regime di discontinuità. Quando tutto procede in maniera indifferente, secondo una linea di continuità priva di scarti sia affermativi sia negativi, tutto sembra non avere luogo: un luogo, un modo di essere diverso dal precedente.

    Ciò non significa rinunciare al valore della continuità storica, a quella memoria del vissuto che, tra gli altri, un filosofo sensibile come Søren Kierkegaard contrapponeva proprio alla enfatizzazione della frattura, del cambiamento a tutti i costi. Significa piuttosto che anche nella continuità bisogna esercitare un altrettanto continuo esercizio di discontinuità, un incessante scarto conoscitivo in grado di farci vedere le cose dal di fuori nel momento stesso in cui le viviamo da di dentro.

    Perché questo scarto sia possibile bisogna, come rilevava un altro filosofo perfino troppo coinvolto nel suo tempo come Martin Heidegger, non soffocare l’evento nell’essere, ma se mai proiettare l’essere nell’evento, adoperandosi anche filosoficamente per tradurre ogni “fondazione” in un “passaggio”, secondo i titoli dei capitoli in cui articola il celebre saggio heideggeriano Sull’evento. Non tanto perché, come vorrebbero alcuni, l’evento ponga in questione la razionalità e le sue determinazioni causali, quanto perché induce a ripensare la razionalità stessa in un regime non di ripetizione, ma di differenza.

    Persino la creazione, per creare davvero, ha bisogno di soffermarsi di tanto in tanto a considerare ciò che ha creato: se «Dio si riposò il settimo giorno» come insegna il Genesi, il primo dei cinque libri del Pentateuco, non è perché si fosse stancato, ma perché proprio nel riposo si manifestava la sua onnipotenza, vale a dire una potenza in grado di prevalere sulla potenza stessa. Di modularla, di finalizzarla, eventualmente di interromperla, allo scopo di rendersi conto della propria creazione e di modificarla se necessario, come avvenne anche nel racconto biblico, per esempio con l’Arca di Noè, che nel segno dell’arcobaleno creò la solidarietà dell’ecumene, o con la Torre di Babele, che nel segno della diaspora creò la differenza delle lingue.

    Non si tratta di un discorso meramente religioso. Si tratta di un punto di vista che concerne la intera esperienza quotidiana. Quante volte abbiamo sentito ripetere che non si può avere innovazione senza discontinuità, sia dal punto di vista organizzativo sia da quello delle professionalità che, sulla scorta della teoria delle rivoluzioni scientifiche dell’autorevole epistemologo e storico della scienza Thomas Kuhn, potremmo definire come paradigmatiche!

    In definitiva, per cambiare bisogna cambiare davvero, rinunciare alle sicurezze acquisite, a quel convenzionale equilibrio tra diritti e doveri a cui abbiamo accennato. Non a caso, si discute da tempo e in diversi contesti della innovazione, delle sue modalità, delle sue circostanze, delle sue conseguenze. Come abbiamo più volte sottolineato sulla nostra rivista, la innovazione non è un esclusivo appannaggio delle sole grandi imprese, in grado di porre in atto sofisticati centri di ricerca e sviluppo oltre a importanti risorse finanziarie. In realtà la tecnologia contemporanea offre opportunità di innovazione a tutti i livelli delle attività imprenditoriali in senso lato, sempre che della innovazione non si abbia una concezione riduttiva e meramente conservativa, bensì ispirata dalla consapevolezza che “è giunto il momento” di cambiare, ponendo in gioco le proprie convinzioni, le proprie competenze, le proprie certezze acquisite, per assumersi nuovi rischi, ma anche nuove speranze di futuro, nell’ambito di una sostanziale discontinuità strategica e operativa. Quella che Walter Benjamin, il quale nonostante le terribili vicissitudini non ha mai smesso di sperare, definiva la “piccola porta” da cui potrebbe entrare «colui che sa indicare l’uscita dalla situazione come possibile.

    La rappresentazione del “passaggio” attraverso una “discontinuità” è di Giancarlo Moscara, artista che ha collaborato dagli esordi a MIT Technology Review Italia.

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