Dietro la tenda

Dopo avere fatto della evidenza il feticcio della civiltà contemporanea, anche a seguito del trauma provocato dalla attuale pandemia torniamo a renderci conto come i fragili regimi della conoscenza e della convivenza restino spesso affidati alle ragioni dell’occulto, di qualcosa che non si sa o non si può dire, ma che incide, spesso anche maliziosamente, sulla nostra liberta di giudizio e di scelta.

di Gian Piero Jacobelli 29-04-21
Si racconta che Pitagora esponesse le sue teorie filosofiche e matematiche restando nascosto dietro a una tenda, per suggerire ai suoi discepoli che la verità non è mai evidente, ma è sempre frutto di una ricerca personale nella notte dei pregiudizi e dei luoghi comuni. Allora la tenda doveva venire progressivamente rimossa per giungere alla conoscenza, mentre oggi si vorrebbe conservarla, anzi moltiplicarla, riversando le insidie di ciò che non si sa in ciò che si sa.

Karl Popper ne faceva una questione etica e politica, contrapponendo alla società chiusa dei regimi totalitari la società aperta delle democrazie liberali. Una questione, quindi, di gestione del potere, nel primo caso accentrata e vincolante, nel secondo caso condivisa e dialettica. Tuttavia, qualche dubbio in merito a questa radicale contrapposizione si rileva nelle riflessioni di Jürgen Habermas, il quale sposta il problema della “chiusura” e della “apertura” sulle modalità della comunicazione, parlando della sfera pubblica come di una formazione discorsiva del processo decisionale.

Proprio questo spostamento dell’asse problematico dalla decisione attribuita al potere costituito alla decisione frutto del confronto comunicativo finisce per rendere manifesto come la sfera pubblica possa venire condizionata dalle logiche degli interessi, più o meno espliciti, che si agitano e confliggono in quel mare oscuro e tempestoso che, al di là di ogni rappresentazione oleografica, si condensa nel concetto di mercato. Habermas non esita a rilevare come la sfera pubblica, quanto meno quella occidentale, risulti perdente nel suo articolato confronto con il mercato capitalistico, al punto da concludere che «è il mercato a fare la sfera pubblica». In altre parole, la sfera pubblica si risolve fatalmente nell'esercizio della pubblicità.

Non a caso il dilemma, in una prospettiva non più di principio, ma di emergenza, si sta riproponendo a proposito della odierna pandemia che, nel convenzionale orizzonte degli affidamenti scientifici e tecnologici, funge da catalizzatore delle tensioni sopite nelle aggressive dinamiche dell’ottimismo a oltranza, a cui ci ha purtroppo abituato il discorso pubblico. Proprio un anno fa, durante la prima e traumatica ondata pandemica, Habermas sottolineava in una intervista, «la insicurezza esistenziale che si sta diffondendo a livello globale e nelle menti degli individui collegati in rete»: una insicurezza che «riguarda non solo la gestione dei pericoli legati alla epidemia, ma anche le imprevedibili conseguenze economiche e sociali».

In effetti, sulla situazione in cui ci troviamo a vivere, inclusi i contagi più o meno manifesti del corpo e dello spirito, si stanno moltiplicando le ipotesi con il punto interrogativo: basta in proposito scorrere i titoli sempre più problematici della nostra Home Page. Le loro motivazioni restano prevalentemente fuori della nostra portata, in quello spazio occulto che non si riferisce più, come volevano gli etimologisti latini, a quanto si pone oltre la verità condivisa e venerata (ob-colere), ma, come vogliono gli etimologisti moderni, alla rimozione di ogni possibile accertamento della verità stessa, qualunque cosa significhi, nella “caligine” di un mistero spesso intenzionale.

Forse non si è riflettuto abbastanza sul ruolo dell’occulto nelle convenzioni di un “politicamente corretto” che invece colloca la trasparenza tra i suoi valori costitutivi, come appunto nel caso della pandemia, talora sorprendentemente dissimulata negli schemi narrativi di una fantascienza da laboratorio o delle spy story.

Di fatto, abbiamo praticamente rimosso quanto dalla metà del secolo scorso era già emerso in tutta evidenza nella riflessione sui nuovi condizionamenti mediatici dei comportamenti e in particolare dei consumi. Per esempio, una di queste riflessioni portava l’occulto già nel titolo diventato proverbiale: si tratta di I Persuasori occulti, in cui il giornalista e sociologo americano Vance Packard si soffermava sul ruolo dei promotori commerciali, che non si limitavano alla pubblicità di prodotto, ma facevano leva sulle frustrazioni e le aspirazioni dei potenziali consumatori per incrementare le vendite, grazie anche alle suggestioni della scienza e della tecnologia.

Nella versione popolare della psicoanalisi di massa e della manipolazione simbolica, il ruolo dei persuasori occulti si è rapidamente diffuso dal campo del commercio a quello della politica e in genere della convivenza, privilegiando le componenti irrazionali su quelle razionali delle scelte private e pubbliche.

Packard cadenzò questa parabola diffusiva con altri saggi – I cacciatori di prestigio, 1959, Gli arrampicatori aziendali, 1962, La società nuda, 1964 – dedicati alle minacce nei confronti della privacy: minacce implicite nelle alterazioni comportamentali connesse alla rete incipiente. Sarebbe davvero utile rileggere questi saggi, nelle varie riedizioni della Einaudi, non per fornire nuovi spunti alla tradizionale “cultura del sospetto”, un modo per spostare il fuoco attenzionale dai problemi evidenti a quelli evasivi, ma per comprendere che la conoscenza e la convivenza non sono mai “a una dimensione”, come denunciava Herbert Marcuse negli stessi anni di Packard, bensì molteplici e stratificate.

In questo senso, la conoscenza e la convivenza non possono risolversi in una petizione valoriale di principio, ma richiedono una indispensabile e responsabile negoziazione degli interessi, sia di quelli manifesti sia di quelli occulti. In altre parole, se vogliamo che la tenda pitagorica preluda a una conoscenza e a una convivenza attendibili e operose, è necessario, prima o poi, che venga aperta e che tutti possano finalmente guardarsi in faccia.

(gv)