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    Contro il duopolio televisivo

    Per realizzare la grande opportunità di pluralismo e di libertà offerta dalla rivoluzione digitale

    di Alessandro Ovi

    I nuovi media avanzano. Satellite, fibra, digitale terrestre, IpTV (Internet Protocol TV, la televisione via internet nelle sue varie forme), DVB-H (Digital Video Broadcasting Handheld, la televisione sul cellulare), si diffondono rapidamente o si apprestano a farlo.

    I ricavi annui della Pay TV, circa 1.700 milioni di euro, hanno già superato quelli del canone RAI, 1.450 milioni di euro.

    Con l’avvento del digitale, sia satellitare sia terrestre, il numero dei canali è cresciuto a dismisura.

    Il digitale terrestre, che non ha bisogno di una parabola, si appresta a sostituire la tradizionale televisione analogica.

    Da più parti si sostiene che ci sono ormai tutte le condizioni perché il duopolio di RAI e Mediaset, per molti aspetti «collusivo», venga smantellato dalla sola forza del mercato.

    Esiste invece un serio rischio che i due operatori dominanti riescano a riprodurre anche nel futuro la stessa situazione attuale.

    Tre i motivi. Il primo riguarda la pubblicità che continua a concentrarsi sulla tradizionale televisione analogica di tipo generalista, dominata da RAI e da Mediaset. Su un totale di circa 4.500 milioni di euro, il 30 per cento è assorbito dalla RAI, il 60 per cento da Mediaset. Solo per alcuni mercati di nicchia l’utilizzo dei canali digitali comincia a incidere in modo visibile.

    Il secondo è relativo al fatto che la rivoluzione digitale vedrà comunque convivere tipologie di prodotti diversi non in vera concorrenza tra loro.

    La televisione su Internet e quella sui telefoni mobili hanno modalità di fruizione che hanno poco in comune con quella della TV tradizionale, quindi è sbagliato parlare di un unico mercato.

    Vi saranno offerte per chi sta in poltrona davanti a uno schermo sempre più grande e altre più selettive e interattive per chi al lavoro o a casa cerca su Internet notiziari o eventi di suo interesse.

    Vi dovranno essere, infine, offerte ad hoc in formati adatti al piccolo schermo e a una attenzione di breve durata, per chi usa il palmare o il telefonino da guardare quando è in movimento o lontano da casa.

    Infine il terzo riguarda i tempi del passaggio completo dall’analogico al digitale (switch off) per la televisione offerta in broadcasting, che slitteranno dalla data inizialmente prevista, il 2006, al più probabile 2010. Di conseguenza l’abbondanza dei canali resterà di fatto inutilizzata.

    Il diritto degli utenti al pluralismo e la nascita di un mercato aperto e equilibrato, che dia reali possibilità di sviluppo a nuovi operatori nel settore, sono dunque a rischio. Se non si interviene è quasi certo che le posizioni dominanti si trasferiranno dalla TV analogica di oggi a quella digitale di domani.

    Due sono le cause di questa situazione.

    La prima è l’impossibilità della RAI di esercitare una reale concorrenza a Mediaset sul mercato pubblicitario. Generato dal duopolio, questo problema si è aggravato negli ultimi cinque anni.

    La seconda è la naturale estensione, da parte sia di RAI sia di Mediaste, del controllo del mercato anche alle nuove forme di TV digitale, grazie alla loro natura di operatori integrati verticalmente che include produzione di programmi, raccolta pubblicitaria, controllo delle frequenze e delle reti di trasmissione e diffusione.

    Emerge quindi la necessità di misure urgenti che affrontino il problema nei suoi vari aspetti. Si tratta di creare subito condizioni di concorrenza reale tra RAI e Mediaset e contemporaneamente di aprire l’accesso sia alle risorse economiche sia alle nuove possibilità di diffusione a nuovi editori.

    A grandi linee bisognerebbe operare su cinque fronti.

    1) Va risolto in RAI l’intreccio tra l’offerta di servizio pubblico e quella commerciale. L’una finanziata sostanzialmente solo dal canone e l’altra solo dalla pubblicità, elevando ovviamente, a questo punto, l’attuale tetto che limita la raccolta da parte della RAI. I due gruppi di attività dovranno essere esercitati da due società diverse facenti capo alla holding RAI, entrambe possedute al 100 per cento.

    Per la prima, è logico pensare che resti sotto pieno controllo pubblico. La seconda potrà essere aperta in futuro a soci privati finanziari o editoriali..

    Cosa si intenda per servizio pubblico e quali le regole di governo della società dedicata a offrirlo sono definizioni delicate e rilevanti, ma non oggetto di questa breve analisi. L’esistenza di società diverse per le due missioni renderà certamente meno complesso separare le scelte «politiche» da quelle gestionali.

    2) Nel nuovo contesto della convergenza digitale va garantito a tutti i soggetti, già esistenti e nuovi, la possibilità di diffusione dei programmi a condizioni eque, trasparenti e non discriminatorie. Bisogna cioè ridurre gli effetti negativi della integrazione verticale degli attuali operatori dominanti. Per fare ciò vi sono varie opzioni, a partire da quelle più drastiche, ma sinceramente impraticabili, della ridistribuzione delle frequenze o della creazione di una società pubblica delle reti.

    La via più credibile potrebbe essere la separazione societaria dell’editore dall’operatore di rete, accompagnata da regole chiare sull’utilizzo in proprio della capacità trasmissiva e sulle modalità di cessione a terzi della capacità in eccesso, secondo le quote previste dalla legge.

    3) Va accelerata la transizione al digitale terrestre correggendo gli errori della politica fino a qui seguita che lo ha di fatto identificato con una Pay TV a basso costo.

    La via giusta è quella seguita dalla BBC che, con una programmazione gratuita e di qualità dedicata al digitale, ha già superato i dieci milioni di decoder utilizzati.

    L’accelerazione della transizione è cruciale per l’apertura di tutto il sistema televisivo a nuovi protagonisti. Ciò può essere realizzato con investimenti in programmi dedicati esclusivamente al digitale, anziché in sussidi a decoder usati solo per una nuova forma di Pay TV. Si possono inoltre prevedere incentivi sul fronte dei tetti pubblicitari a chi porterà, in modo esclusivo, sul digitale una delle reti oggi distribuite sull’analogico.

    Anziché procedere alla transizione graduale per regioni (come oggi è previsto), lo si farebbe gradualmente per reti. In queste nuove condizioni tutto il sistema acquisterebbe dinamismo. Decoder semplici potrebbero ricominciare a essere prodotti in grande quantità e a basso costo, stimolando la domanda con il richiamo di una offerta di programmi esclusivi e gratuiti piuttosto che con l’incentivo all’acquisto di apparati finalizzati alla TV a pagamento.

    Con la diffusione del digitale terrestre gratuito crescerebbe la convenienza, per nuovi editori, a investire in offerta televisiva.

    I tempi per arrivare allo switch off potrebbero accorciarsi molto.

    4) Occorre intervenire in funzione antitrust anche sulla rottura dell’integrazione verticale degli editori con le concessionarie di pubblicità.

    5) è da rivedere radicalmente la misurazione dell’ audience che deve essere applicata ai contenuti audiovisivi su tutti i mezzi.

    I cinque punti qui sommariamente indicati sono ovviamente solo una traccia per il cammino da seguire che deve necessariamente toccare altri temi, quali il rapporto tra gli operatori televisivi e quelli telefonici, il rafforzamento del ruolo dell’Autorità, le competenze delle regioni e lo spazio delle TV locali.

    Un cammino complesso, ma necessario, per impedire che la grande opportunità di pluralismo e di libertà offerta dalla rivoluzione digitale, sia vanificata dal naturale, e per questo molto insidioso, istinto alla sopravvivenza del nostro solido duopolio «collusivo».

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