Confronto sul futuro del pianeta
La faticosa intesa raggiunta a Katowice, in Polonia, dalla conferenza sul clima COP24, permetterà di rendere operativo l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Restano però forti dubbi sulla possibilità di centrare l’obiettivo fissato nel 2015.
di Eniday Staff 21-02-19
Dall’articolo “Alla COP24 un compromesso senza chiari impegni” di We World Energy magazine n.41


La COP24 di Katowice non è stata di certo la sfilata dei potenti della terra e di personalità artistiche, cinematografiche, sportive o culturali, come fu ai tempi dell’Accordo di Parigi, nel dicembre del 2015. Noiosa fino in fondo, no: un torneo – per usare una metafora sportiva – terminato con un pareggio all’ultimo minuto dei tempi supplementari. I lavori, aperti il 3 dicembre, a cui hanno partecipato 196 stati, si sono protratti 24 ore più del previsto, ma hanno portato pochi passi in avanti. Sabato 15 dicembre, alle 22 passate, con delegazioni ridotte al lumicino, e stremate, è stato approvato un testo condiviso, in cui però manca un messaggio chiaro per l’aumento degli sforzi nazionali entro il 2020: l’anno in cui i paesi dovranno comunicare i nuovi impegni.

In particolare, a preoccupare gli ambientalisti, è il nodo degli Indc: le promesse di riduzione delle emissioni di CO2, che la conferenza non ha sciolto. Restano, infatti, forti dubbi sulla possibilità di centrare l’obiettivo fissato a Parigi, cioè limitare la crescita della temperatura media globale entro la fine del secolo a un massimo di 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, restando il più possibile vicini agli 1,5 gradi.

Di che accordo parliamo?
Di un bicchiere “mezzo pieno” oppure di uno “mezzo vuoto”? Come sempre, quando il risultato non soddisfa (quasi) nessuno, il metro di giudizio può essere ravvisato negli effetti possibili e reali dell’accordo, che avremo però la possibilità di misurare a brevissimo termine: la COP25 si terrà in Cile nel 2019, con un pre-COP in Costa Rica. Quest’ultimo appuntamento servirà proprio a fare il “check” su quanto deciso, per evitare che l’anno prossimo ci siano altri dieci giorni di sostanziale stallo, proprio come accaduto nei giorni scorsi a Katowice.

Non si può certamente incolpare la Polonia, che ha ospitato la conferenza sul clima delle Nazioni Unite: tutti sapevano sin dall’inizio che la città polacca era un luogo di contraddizione con le sue politiche carbonifere, non esattamente un paladino delle politiche dell’Accordo di Parigi. Va detto che chi ha scelto Katowice, lo ha fatto sapendo che le politiche ambientali e energetiche mondiali, non si possono costruire solo con chi è con esse d’accordo; il vertice organizzato in uno dei paesi che più dovranno cambiare, ha reso il confronto concreto, costringendo tutti a fare i conti con la realtà, in coerenza con i principi stabiliti dalla COP19.

Verso il 2020
In questo senso, la scommessa di Katowice è stata vinta. L’opposizione di alcuni paesi si è manifestata scopertamente; Russia, Usa, Arabia Saudita e Kuwait hanno esplicitato il loro disaccordo sulle tesi espresse dal documento presentato dalle Nazioni Unite, che rafforza le premesse di Parigi 2015 e fissa in 12 anni il limite di azione possibile sul calore del pianeta e le emissioni di CO2. Ciò ha comportato, nel ‘tira e molla’ a colpi di fioretto diplomatico e di Statuto dell’Onu, che l’assemblea delle delegazioni presenti a Katowice abbia solo “preso atto” e non “adottato” il rapporto degli esperti IPCC, che pure ha dato avvio al dibattito; ma ha anche permesso alla Conferenza – nonostante le assenze di spicco tra primi ministri  rappresentanti dei vari ministeri competenti – di non impantanarsi e di sviluppare un dibattito, portando a casa una sorta di “Rulebook” di circa 100 paragrafi. Si tratta certamente di un risultato meno vistoso politicamente oggi, ma che in prospettiva può essere molto più efficace. Il testo è stato adottato collettivamente, per mettere in atto in modo concreto i punti indicati nei Trattati di Parigi, con un primo “tagliando” di controllo fissato al 2020.

È uno strumento che anche il segretario generale dell’Onu, António Guterres, intende utilizzare in una forma da lui stesso definita come “ambiziosa”: stiamo parlando delle linee guida che permetteranno il controllo reale sui progressi dichiarati da ogni singolo Stato aderente, che hanno già consegnato all’Onu i dati annuali sulle emissioni, pur senza alcuna conseguenza.

Passi in avanti con molte ombre
Un’altra omissione denunciata dagli ambientalisti riguarda la tutela insufficiente per le popolazioni più vulnerabili di fronte ai cambiamenti climatici. Il Fondo d’adattamento dovrebbe ricevere 128 milioni di dollari ma le regole decise sono considerate poco stringenti per garantire questi stanziamenti. Il trasferimento di azioni progettuali di sviluppo e di nuova tecnologia, sarà compreso in questo ingente passaggio economico e culturale. Infine, vengono codificate le modalità del controllo delle emissioni di CO2, il loro conteggio sul conto degli Stati che le producono, e le procedure per una sorta di “borsa” (Global Stocktake) dove si può scambiare ogni tonnellata di emissioni –  ma pagando, e non poco.

Ci si chiede se il “pareggio nei tempi supplementari” della COP24 di Katowice sia da considerarsi come una stagnazione dei Trattati, oppure come un modo per avanzare di qualche metro, e per di più sotto un micidiale e potente fuoco nemico di sbarramento (contro il Global Stocktake si è esposto, per esempio, il neo-presidente brasiliano, Jair Bolsonaro).

Rinviata all’anno prossimo, su pressing sempre di Bolsonaro, la contabilizzazione del mercato mondiale delle emissioni, un deterrente economico per chi inquina e verrebbe costretto a pagare per le emissioni.

A prescindere dalle diverse opinioni, non si può non registrare che la Conferenza di Katowice ha trasformato i principi di Parigi 2015 in una serie di procedure applicabili e controllabili. Insomma, gli impegni disegnati tre anni fa cominciano a prendere corpo, e il 2020 è dietro l’angolo. La “tregua” firmata alle 22 passate del sabato 15 dicembre in Polonia ci dice una sola cosa certa: la COP25 nel 2019, alla vigilia delle decisioni cogenti, e costose economicamente, che verranno prese l’anno successivo, sarà più che un confronto diplomatico in punta di fioretto.