C'era una volta il tempo
In una intervista, il filosofo Giulio Giorello analizza l'affascinante prospettiva di un universo senza tempo. Confrontandosi con lo storico della scienza, Julien Barbour, vengono passate in rassegna le teorie prevalenti sulla natura dello spazio-tempo posteinsteiniano.
di Massimiliano Cannata 28-03-12
è possibile pensare il mondo al di fuori del tempo? Quali rischi si corrono se si prova a dare corpo al sogno dell'uomo di ricercare l'eterna giovinezza, superando ogni limite? Una cosa è certa: questo antico interrogativo concettuale, già presente dagli albori del pensiero filosofico e scientifico, da Agostino a Bergson, da Parmenide a Einstein, continua a occupare la mente dell'uomo contemporaneo. Gli sviluppi recenti della ricerca stanno ponendo nuove sfide. La fisica quantistica ci insegna che il tempo ha, infatti, una struttura diversa da quella che sperimentiamo nel quotidiano. Nell'infinitamente piccolo gli scienziati hanno ormai imparato a fare a meno del tempo, che pare destinato a rimanere "una grossolana nostra personale esperienza", per usare una definizione di Carlo Rovelli, fisico teorico dell'Università di Marsiglia, che ha recentemente pubblicato un originale saggio intitolato Che cos'è la scienza: la rivoluzione di Anassimandro (Mondadori, 2011), in cui sostiene che "siamo noi a costruire il tempo, che è contenuto dentro capsule di vissuto, che esprimono quel presente di cui abbiamo esperienza". Su una posizione ancora più estrema si colloca Julian Barbour, che il pubblico italiano conosce per lo stimolante volume La fine del tempo. La rivoluzione fisica prossima ventura (Einaudi, 2003). Proprio a partire dalla tesi di Barbour , Giulio Giorello ha aperto un confronto che ha coinvolto la comunità scientifica internazionale. Tra i pensatori italiani più noti all'estero, Giorello è titolare della prestigiosa cattedra di filosofia della scienza presso la Statale di Milano dove ha operato il grande epistemologo Ludovico Geymonat.