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    Buongiorno Cina

    Sempre più spesso la Cina torna nei discorsi pubblici e privati, per ragioni di politica interna e internazionale, soprattutto, ma non soltanto: la edizione americana di MIT Technology Review ha dedicato interamente il primo fascicolo del nuovo anno (gennaio-febbraio 2019) alla Cina che cresce, scalando la classifica delle grandi potenze mondiali.

    di Gian Piero Jacobelli

    La Cina sta assumendo un ruolo protagonistico in molti degli ambiti a cui i media dedicano sempre maggiore attenzione: quello economico, ovviamente, ma anche quello culturale e scientifico. Non a caso, raccogliendo organicamente molti di questi motivi di crescente interesse, MIT Technology Review USA ha intitolato alla Cina un fascicolo particolarmente importante perché segna il 120esimo anniversario della rivista e perché, in questi 120 anni, i confronti e le relazioni tra Stati Uniti e Cina hanno fatto registrare molte e rilevanti variazioni.

    A questo proposito, nel suo editoriale, Gideon Lichfield, direttore della edizione americana, sottolinea come, quando venne pubblicato il primo fascicolo di Technology Review (quando il MIT non figurava ancora nella testata), in copertina fosse effigiato di profilo James Mason Crafts, presidente del MIT, con un taglio aggressivo di barba e baffi, ma la Cina stentasse a farsi ascoltare. Né andò meglio nei cento anni successivi: «Allora gli Stati Uniti erano leggermente avanti. Nel 1950 il loro PIL era molto più grande di quello della Cina, che ha continuato a crescere stentatamente anche negli anni successivi».

    Oggi, tuttavia, i due Paesi si attestano nuovamente su valori simili, grazie alla crescita costante, dagli anni Settanta, della Cina che, nonostante le ricorrenti crisi finanziarie ed economiche mondiali, sembra in grado di tenere alacremente il passo della innovazione. Lichfield ricorda come, cento anni fa, i viaggiatori europei in America ne traessero la stessa impressione di una terra dove tutto è più grande e succede più veloce: «un posto pieno di energie e di idee».

    Certo, questa crescita concorrenziale comincia a suscitare non poche preoccupazioni, sia sul piano commerciale, sia su quello degli orientamenti della ricerca scientifica e tecnologica cinese. Per esempio, nel novembre 2018, un ricercatore cinese, He Jiankui, ha annunciato di avere prodotto i primi bambini geneticamente modificati. L’annuncio ha sconcertato il mondo, non solo perché un tabù medico ed etico era stato infranto, ma a causa di dove era successo. Sembrava confermare, infatti, l’immagine della Cina come di un Paese con elevate capacità tecnologiche, ma anche con pochi limiti al loro utilizzo. 

    Preoccupazioni simili hanno provocato la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina scoppiata nel 2018 e le restrizioni imposte da diversi Paesi ai giganti cinesi delle telecomunicazioni Huawei e ZTE Corporation. Inoltre, nel novembre scorso, gli Stati Uniti hanno iniziato ad applicare controlli più rigorosi sulle esportazioni connesse alla Intelligenza Artificiale e ad altre tecnologie avanzate.

    Tuttavia, ribadisce Lichfield, da qualche tempo sta venendo meno il pregiudizio che la Cina non fosse in grado di innovare davvero e dovesse quindi appropriarsi surrettiziamente delle ricerche effettuate all’estero. Le sue strutture di ricerca pubblica e privata sono oggi in grado di creare prodotti che possono cambiare il mondo e i suoi scienziati sono in grado di concorrere al Premio Nobel.

    Per altro, persistono alcuni pressanti interrogativi, a cui MIT Technology Review USA cerca di rispondere analiticamente. Potrebbe la Cina conseguire la supremazia in settori chiave della tecnologia? Il suo sistema autoritario di governo potrebbe consentirle di affrontare, con maggiore efficacia rispetto alle democrazie occidentali, problemi urgenti come quelli connessi ai cambiamenti climatici?

    Negli articoli di MIT Technology Review USA vengono esaminati i programmi cinesi nei veicoli elettrici ed autonomi, nei microchip, nella energia nucleare, nelle reti ad alta tensione, nella esplorazione dello spazio, nel calcolo quantistico, nella genetica. 

    Nonostante le perplessità suscitate dagli interventi del governo cinese nel campo della sicurezza e in genere nel controllo ideologico della ricerca scientifica, Lichfield conclude giustamente rilevando che «sia la Cina, sia i Paesi occidentali hanno più da guadagnare dalla collaborazione reciproca che da nuove barriere al commercio, ai viaggi e al libero flusso delle conoscenze».

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