Il fin, la meraviglia
Cinquecento anni fa, l'America; tra qualche anno, Marte:
ogni passaggio storico si muove tra preoccupazioni e speranze.
di Gian Piero Jacobelli 23-08-10
Si chiama Edwin Eugene, ma il soprannome «Buzz» ha preso il sopravvento ed è stato persino legalizzato una ventina di anni fa. Per tutti, Aldrin , che partecipò alla storica missione lunare dell'Apollo 11 con Neil Armstrong e il «romano» Michael Collins, diventando il secondo uomo dopo Armstrong a mettere piede sulla Luna - è «Buzz», come il ronzio delle api, un segnale di presenza e di direzione insieme. Fedele al suo soprannome, anche questa volta Buzz Aldrin ha tracciato, per così dire, un mutamento di rotta che promette di lasciare il segno. Intervistato da «Technology Review» nelle pagine che precedono, il «ronzio» di Aldrin punta decisamente verso Marte, abbandonando la Luna alla esplorazione delle macchine automatiche. Non perché sulla Luna non si possa trovare qualcosa d'interessante, in termini di conoscenze e di risorse materiali, ma perché Marte è decisamente un'altra cosa. Un'altra cosa in termini di praticabilità e di potenziale sopravvivenza dell'uomo, qualora ce ne fosse bisogno; un'altra cosa, anche in termini culturali, vale a dire connessi con quelli che una volta si chiamavano gli effetti di terzo grado di qualsiasi innovazione: il primo grado riassumendosi in quello economico, il secondo in quello sociale e il terzo, appunto, in quello culturale.