LA SOSTENIBILE PESANTEZZA DELLA MATERIA
Se la logica dell'artificiale presuppone l'esistenza di un «naturale» di cui esso è replica o imitazione, come ci si potrà comportare all'interno di un sistema in cui l'originale coincide con la molteplicità delle repliche?
di VITTORIO MARCHIS 22-09-04
In altri contesti ho discettato intorno alla «insostenibile leggerezza del software», in altri spazi ho teorizzato sulla natura «postcontemporanea» della nostra società. La «perdita del centro» di cui aveva argomentato Hans Sedlmayr con riferimento alle arti visive e la «riproducibilità tecnica dell'opera d'arte» oggetto di attente profezie da parte di Walter Benjamin, non erano che timide previsioni di una società che negli anni tra le due Guerre soltanto conosceva la radio e la fotografia: due forme artificiali di una attività naturale che faceva riferimento alle espressioni più animalesche (e razionali) dell'uomo. La radio come voce e la fotografia come (di)segno: entrambi artificiali in quanto repliche e al contempo amplificazioni spaziotemporali delle medesime. Conosciamo bene ciò che è successo nella seconda metà del secolo XX. Oggi, dopo aver teorizzato sulla nuova «rivoluzione informatica», senza sapere esattamente che cosa stavamo attraversando, amiamo chiamare la nostra come «società della conoscenza» perché informazione e telecomunicazioni ci sembrano forse riduttive. Di certo sul piano culturale. Gli sforzi reiterati (e per molti versi vani) di continuare ad aggiornare la propria «categoria» per renderla più aderente alle ultime merveilles de la science et de la tecnique (il titolo qui vuole fare riferimento ai fortunati bestseller che il divulgatore francese Louis Figuier pubblicò nelle ultime decadi del secolo XIX) ha un qualche cosa di infantile e assomiglia un po' alla volontà che ha ogni bambino capriccioso di volere l'ultimo giocattolo.