La chiave e la serratura
Anche quando sembra dividere e non unire, nel simbolo natura e cultura confluiscono, evidenziando le logiche fondamentali della vita, come quella delle diversità compatibili.
di Gian Piero Jacobelli 02-05-11
Non perché le pagine dei nostri quotidiani siano, spesso indebitamente, piene di corna: epiteti o giochi di mano che restano giochi da villano, ma che persino nelle fotografie istituzionali si affacciano di tanto in tanto, con sospettabile frequenza. Se ne parliamo non è perché, ancora oggi, con le corna e con le tensioni che comportano o provocano, dobbiamo fare i conti, nella misura in cui intorno alle corna si giocano tante partite doppie, che, proprio come le corna, possono venire giocate in un senso o nell'altro, a torto o a ragione, secondo natura o contro natura e anche secondo cultura o contro cultura. Avendo appena pubblicato un saggio dedicato proprio al fatidico segno della mano (La corna. Antroposemiotica della mano cornuta come offesa e come difesa, Bevivino Editore), ci siamo resi conto che, per quanto gli animali le usino spesso per difendere la propria vita, le corna più che al combattimento e alla eliminazione dell'avversario alludono al sesso, cioè alla esigenza di produrre un'altra vita. In effetti, le corna sono un simbolo che associa cose o, nel caso dell'insulto, persone tendenzialmente destinate a restare separate: un vaso (di Pandora?) nel quale, come nel caso del capro espiatorio, raccogliere i mali che sopravvengono, periodicamente o sul momento, e che si vogliono mettere fuori, nel deserto dove abita il diavolo, colui che etimologicamente divide. Al contrario, le corna, nella loro univoca duplicità, ma anche nella loro ambivalenza funzionale (per offendere, verso l'alto, o per difendere, verso il basso, come nella celebre metafora aristotelica della coppa e dello scudo: la stessa cosa, concepita una volta per accogliere, un'altra volta per respingere), si dividono per riunire: chi aggredisce e chi è aggredito, chi sta al gioco e chi non sta al gioco. Non a caso, in quel saggio parliamo della corna e non delle corna, di una forma "organica", nella quale ci si può inserire e ogni inserimento, è ovvio, comporta una relazione. Per concludere, appunto, che in fondo ogni insulto, in primis quello rappresentato dalla corna, non costituisce un momento di chiusura, ma un momento, per quanto paradossale, di apertura relazionale.