In ricordo del Protocollo di Montreal
A quasi venti anni di distanza, che cosa può insegnare il fondamentale accordo sul controllo dei CFC a coloro che cercano di controllare i gas serra?
di David Rotman 26-04-07
Fino ai primi anni Settanta si poteva dire che, come per la politica, tutta la chimica fosse localistica. Lo scenario mutò radicalmente quando furono scoperti gli effetti su scala globale determinati da una famiglia di sostanze chiamate clorofluorocarburi o CFC. Questi composti ebbero un ruolo chiave nella rivoluzione della chimica verso la metà del secolo scorso, rendendo possibili innovazioni come la refrigerazione sicura, i deodoranti spray a buon mercato e l'industria di massa dei condizionatori d'aria. Commercializzati per la prima volta dalla DuPont con il marchio Freon all'inizio degli anni 1930, i CFC parevano la sostanza chimico-industriale perfetta: non tossici, non infiammabili e inodori. Ma nel 1973 due chimici dell'Università di California a Irvine, Sherwood Rowland e il suo borsista di postdottorato Mario Molina, cominciarono a tracciare le orme dei gas CFC che venivanno immessi nell'atmosfera. Molina iniziò la sua ricerca sui CFC nell'ottobre di quell'anno e per Natale i due ricercatori ebbero la prima risposta: i CFC si scomponevano una volta raggiunto lo strato atmosferico dell'ozono, che incomincia a una quota di 15 chilometri rispetto alla superficie terrestre, termina all'incirca 30 chilometri dopo e assorbe buona parte della mortale radiazione ultravioletta del sole.