La mente inosservabile

Uno dei più autorevoli filosofi inglesi è scettico sul fatto che la neurobiologia possa dirci qualcosa sull'autocoscienza.

di Roger Scruton 01-05-05
La coscienza è lo stato a noi più familiare in assoluto perché ci permette di prendere confidenza con il mondo circostante. Ma questa condizione favorevole la rende allo stesso tempo difficile da identificare. Ovunque la si cerchi, ci appariranno dinanzi solo una sequela di situazioni e oggetti , un volto, un sogno, una memoria, un colore, un dolore, una melodia, un problema , e in nessun modo la coscienza che traspare da essi. Provare ad afferrarla è come tentare di osservare il nostro stesso atto di osservare, un po' come afferrare il nostro sguardo con i nostri occhi senza far uso di uno specchio. Non sorprende quindi che le riflessioni sulla coscienza abbiano favorito lo sviluppo di peculiari inquietudini metafisiche, che cerchiamo di acquietare con le immagini dell'anima, della mente, del sé, dello «stato di coscienza», l'entità intima che pensa, vede e prova sensazioni e che costituisce il vero io interno. Ma queste «soluzioni» tradizionali non fanno altro che duplicare il problema. Non gettiamo alcuna luce sulla coscienza dell'essere umano rappresentandola semplicemente come la coscienza di qualche omuncolo interno, sia esso l'anima, la mente o il sé. All'opposto, collocare questo omuncolo in qualche regno privato, inaccessibile ed eventualmente immateriale non fa altro che rendere più fitto il mistero.