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    A tutto corpo

    Dall’opera di Seymour Papert, il grande matematico e psicologo recentemente scomparso, emerge una istanza di concretezza nello studio dei rapporti tra la mente, il corpo e il mondo, che trova frequenti riscontri negli orientamenti attuali della ricerca sulla Intelligenza Artificiale.

    di Gian Piero Jacobelli

    Qualche settimana fa abbiamo dato notizia della scomparsa di Seymour Papert, il grande matematico e psicologo il quale, prima a Ginevra con Jean Piaget e poi, dagli anni Sessanta, al MIT con il gruppo di Marvin Minsky, ha fornito un contributo essenziale allo sviluppo della Intelligenza Artificiale.

    Questo contributo si basava su una concezione dell’apprendimento infantile ispirata alla concretezza della relazione del corpo con il mondo, che Papert definiva “costruzionismo”, per sottolineare la strumentalità delle operazioni attraverso cui la crescita individuale si inquadra in una sorta di progetto dinamico e integrato.

    La geniale intuizione di Papert consisteva nel concepire tale concretezza come l’effetto non di un progressivo adeguamento della mente a un preesistente modello di realtà, bensì di un metodico investimento di risorse logiche ed emotive in ciò che progressivamente gli esseri umani fanno emergere come reale. 

    Proprio con riferimento alla “intenzionalità” dei processi conoscitivi e operativi, Papert ha sostenuto la utilità del computer come ambiente di apprendimento, realizzando, tra l’altro, un pionieristico linguaggio di programmazione, il LOGO, tanto rigoroso quanto semplice nella sua praticabilità anche da parte dei bambini. Questi ultimi, infatti, possono usare il loro stesso corpo per realizzare mappe di orientamento e di esplorazione del mondo.

    Luogo di ogni mediazione possibile tra la realtà e il progetto, sempre più spesso il corpo tende a porsi come riferimento deputato del passaggio da una concezione deduttiva a una concezione induttiva del mondo: un passaggio caratteristico della odierna temperie culturale, incline, anche se obtorto collo, a cercare più che a trovare.

    Nell’editoriale dello scorso mese abbiamo discusso sommariamente le problematiche connesse alla cosiddetta biopolitica, che si sforza di coniugare la integrità del corpo individuale con quella del corpo sociale. Facendo emergere una prospettiva filosofica basata non tanto sulle tensioni antagonistiche del proprio e dell’estraneo, quanto sul valore dell’estraneo come fattore di riconoscimento e di consolidamento del proprio.

    Ne scaturiva una originale concezione del corpo come luogo deputato dell’incontro piuttosto che dello scontro. Tanto nelle “scienze della natura” quanto nelle “scienze dello spirito”.

    Questo mondo riconciliato sub specie corporis trova, nel vasto repertorio dei risultati più significativi della ricerca tecnologica, biologica e informatica, offerto da MIT Technology Review, riscontri non occasionali. A conferma di una sorta di hegeliana “logica del concreto”, che restituisce alla vita vissuta il suo autentico ruolo referenziale.

    Il dibattito è aperto. Nella progettazione e nella realizzazione delle macchine robotiche si deve imitare il corpo umano o si deve piuttosto progettare organismi artificiali le cui funzionalità serviranno poi per interpretare e supportare più adeguatamente le funzioni dello stesso corpo umano? 

    E nei progressi della intelligenza artificiale è più importate una specifica ricognizione e imitazione delle facoltà mentali umane ovvero è più importante che le macchine pensino come macchine, per stati discreti, e non come uomini, che restano comunque condizionati dai paradossi della incompletezza?

    Qualcuno, forse, ricorderà il “corpo d’amore” profetizzato nei mitici anni Sessanta da Norman O. Brown, il quale sosteneva che «la conoscenza è conoscenza carnale» perché «il corpo è misura di tutte le cose». 

    Al di là del suo significato realistico, anzi iperrealistico, per cui ancora oggi molte unità di misura si denominano come parti del corpo (il braccio, il piede e via dicendo), conta come sempre più spesso ci si renda conto che conoscere non significa riferire il corpo al mondo, ma consentire al corpo di andare oltre il mondo. Almeno quando il mondo costituisce un principio di realtà che del corpo vincola la capacità desiderante e la possibilità di autorealizzazione.

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