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Medio Oriente: l’esplorazione continua
L’inchiostro della penna dell’Amministratore Delegato di Eni Claudio Descalzi sta finendo dopo un gennaio speso in firme, che ha visto Eni siglare un accordo commerciale petrolifero multimilionario negli Emirati Arabi e assicurarsi otto nuovi accordi di esplorazione e produzione nella penisola Arabica…
di Eniday Staff 09-02-19

Nuovi accordi nella Penisola Arabica

Gli accordi sono stati studiati per rafforzare la posizione di Eni nella regione più produttiva al mondo per gli idrocarburi e per offrire ai partner l’accesso alle eccellenze in ricerca e sviluppo del cane a sei zampe, leader mondiale nei settori ricerca e sviluppo.

Gli accordi di Abu Dhabi
Il 27 gennaio, l’AD si è recato ad Abu Dhabi per firmare un accordo di acquisto da 3,3 miliardi di dollari che assicura il 20% dell’asset petrolifero di ADNOC (Abu Dhabi National Oil Company).

ADNOC amministra tre raffinerie nazionali con una capacità combinata di oltre 900.000 barili al giorno. Il valore dell’accordo è sottolineato dal fatto che Eni ha incrementato così del 35% la sua capacità petrolifera globale.

Descalzi era già stato ad Abu Dhabi il 12 gennaio per firmare alcuni accordi di concessione per due blocchi offshore con ADNOC.
Eni opererà in entrambi i blocchi con una partecipazione del 70%, insieme alla tailandese PTTEP (PTT Exploration and Production Company Limited), che ne possiede il 30%.

La fase esplorativa delle concessioni, che coprono 8.000 chilometri quadrati, durerà nove anni, estesi a trentacinque nel caso in cui fossero scoperti volumi sostenibili di petrolio e gas. In questa fase iniziale i partner del consorzio investiranno 230 milioni. Nel caso in cui entrambi i blocchi dovessero entrare nella fase produttiva, ADNOC acquisirà immediatamente il 60% delle quote.

Perché Abu Dhabi?
Da una prospettiva downstream, negli ultimi dieci anni Abu Dhabi ha lavorato molto per aumentare la sua capacità di raffinazione, rivedendo e allargando le sue operazioni a Ruwais, con grande successo. Gli Emirati sono inoltre molto vicini ad alcuni mercati chiave in Asia e in Africa, compreso il subcontinente indiano.

ADNOC si sta rivelando uno dei produttori di idrocarburi più progressisti del Medio Oriente. La compagnia non ha soltanto aperto alle offerte commerciali diversi blocchi esplorativi, ma ha ristrutturato il suo modello di business per aprirsi a innovazioni e nuove tecnologie.
Dal punto di vista di Eni, l’accordo per la raffinazione è un investimento enorme che ha come obiettivo allungare la catena di valore, diversificando il suo portafoglio geografico.

Abu Dhabi offre, inoltre, un clima politico stabile e un’industria petrolifera consolidata in grado di sostenere le esplorazioni di Eni, che possiede già il 10% di quote della concessione Umm Shaif e Nasr di ADNOC, il 5% di quella offshore Lower Zakum e il 25% di Ghasha. Questi nuovi accordi permetteranno, quindi, al cane a sei zampe di sostenere i costi e compiere enormi risparmi sulle operazioni.

Gli accordi di Sharjah
Mentre si stava ancora asciugando l’inchiostro sui contratti siglati con ADNOC il 12 gennaio, l’AD Descalzi ha prolungato la sua permanenza negli EAU per firmare, il 13 gennaio, tre nuovi contratti nell’Emirato di Sharjah che vedranno Eni concentrarsi su prospezioni di petrolio e gas, sulla terraferma.

Due delle concessioni, che copriranno un’area di oltre 1.600 chilometri quadrati, saranno operate da Eni con il 75% e da SNOC (Sharjah National Oil Corporation) con il 25%. Una piccola concessione di 264 chilometri quadrati sarà equamente ripartita tra gli operatori SNOC ed Eni.

Perché Sharjah?
Le esplorazioni sono cominciate in Sharjah negli anni Trenta, con scarsi risultati. L’Emirato, oggi, vede operativi solo tre piccoli giacimenti di gas condensato, lasciando intuire l’esistenza di un potenziale molto più grande. Questo vuol dire che le competenze di Eni sulle esplorazioni possono avere successo con le concessioni onshore, potenziando enormemente il portfolio produttivo di Sharjah.

Le infrastrutture di Sharjah sono notevoli per un Emirato relativamente piccolo e ben tre dei più interessanti porti con acque profonde degli EAU si trovano qui. Inoltre, la vicinanza di Sharjah alle più grandi aree industriali e commerciali di Dubai significa che ogni sforzo esplorativo si dimostrerà interessante per diversi mercati, nel caso in cui, prima o poi, si estraessero idrocarburi.

L’accordo con il Bahrain
Il Bahrain è l’Emirato in cui ebbe inizio l’estrazione di petrolio nel Medio Oriente quasi cento anni fa e, sebbene i livelli produttivi siano scesi moltissimo rispetto a quelli iniziali, sono in molti a credere che questo piccolo Stato della Penisola Arabica abbia ancora tanto da offrire.

L’accordo è stato firmato il 13 gennaio e l’AD Descalzi si è recato a Manama per siglare un MoU con il NOGA (National Oil and Gas Authority of the Kingdom of Bahrain) che mira a una futura esplorazione marina di una zona di circa 2.800 chilometri quadrati.

Perché il Bahrain?
Il Bahrain è piccolo, ma è leader mediorientale sia nella produzione di petrolio, sia in quella di gas, così come nello sviluppo del tessuto industriale. Il Paese si trova vicino alla centrale elettrica regionale della provincia orientale dell’Arabia Saudita, che ospita Jubail, una delle più grandi città industriali del mondo.

Dopo un periodo di tumulto politico all’inizio del decennio, il Bahrain si sta focalizzando sul futuro e sta cercando di incrementare la lista dei partner tecnici, soprattutto di grandi energy company come Eni, che possono apportare valore in termini di competenze tecniche e capitali di investimento.

Gli accordi con l’Oman
Non soddisfatto della firma di sei “soli” accordi in due giorni, Descalzi si è recato in Oman il 14 gennaio per usare carta e penna per altri due. Il primo è un EPSA (Exploration and Production Sharing Agreement) tra Eni e OOCEP (Oman Oil Company Exploration and Production) per il blocco 47, una concessione sulla terraferma per un’area di circa 8.524 chilometri quadrati. Eni si occuperà del blocco con quote del 90%, mentre OOCEP terrà il restante 10%. Le esplorazioni inizieranno nel 2019.

Dopodiché, la firma ha interessato un protocollo d’accordo con il Ministero del Petrolio e del Gas dell’Oman che vedrà Eni fare squadra con BP in una partnership al 50% per eseguire le esplorazioni del blocco 77 che copre circa 3.100 chilometri quadrati. A breve dovrebbe seguire un EPSA.

Perché l’Oman?
A dispetto di un profilo downstream, l’Oman è uno dei venti maggiori produttori di idrocarburi al mondo con una produzione che arriva a circa un milione di barili al giorno. Il sultanato è anche pioniere nello sviluppo delle tecniche di recupero del petrolio ed è impaziente di incrementare la sua produzione di gas per sostenere gli ambiziosi e diversificati piani industriali.

In ogni caso, molte delle risorse di idrocarburi ancora intatte del Paese sono alternative e richiedono tecnologie e competenze all’avanguardia. Ciò ha reso l’Oman il giusto partner per una compagnia ad alto tasso di innovazione come Eni.
  • La raffineria Takreer in Ruwais