Technology Review - Published By MIT
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N.1 GENNAIO-FEBBRAIO 2010 - IPI innovazione
Diagnostica non invasiva per i beni culturali
RIDITT, la Rete Italiana per la Diffusione dell’Innovazione e il Trasferimento Tecnologico alle Imprese,
segnala tecnologie e competenze sviluppate dai principali laboratori e centri di ricerca italiani.
Le metodologie d’indagine scientifica permettono, ormai da alcuni decenni, di osservare le opere d’arte da nuovi punti di vista, di conoscerne i materiali utilizzati, di ammirare particolari impercettibili all’occhio umano. L’avanzamento tecnologico rende oggi possibile la realizzazione di indagini non invasive e pertanto ripetibili più volte nel tempo. Ai progressi compiuti in questo settore e alle relazioni tra tecnologie e attori della filiera quali imprese high tech e committenza pubblica e privata, RIDITT ha dedicato un seminario nell’ambito dell’edizione 2009 del Salone dell’Arte del Restauro e della Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali di Ferrara. Tra le imprese che hanno presentato le loro tecnologie figurano tre giovani aziende italiane nate dal mondo della ricerca: Artemis, spin off dell’Università Politecnica delle Marche, Art Test, azienda di provenienza del CNR di Firenze e Diasis, spin off dell’Università di Palermo.

Vibrometria laser-Doppler
Artemis detiene l’esclusiva di una tecnica di diagnostica della sicurezza di pareti ventilate con vibrometria laser-Doppler, sviluppata e brevettata in collaborazione con i ricercatori dell’Università Politecnica delle Marche. La vibrometria laser-Doppler è una tecnologia che permette di rilevare la velocità di vibrazione degli elementi esaminati senza prevederne il contatto e, pertanto, è indicata per situazioni in cui l’uso di sistemi a contatto non è possibile o è comunque sconsigliato, come nel settore dei Beni Culturali. Tale tecnologia viene utilizzata per lo studio di fenomeni di delaminazione e distacco di finiture superficiali di alto valore artistico (affreschi, mosaici) e per la caratterizzazione quali-quantitativa di rivestimenti superficiali e strutture murarie, relativamente al grado di ammorsamento e di vincolo, o alla presenza di lesioni. La restituzione dei dati avviene tramite mappe a colori di facile interpretazione riportanti i valori misurati sovrapposti a un’immagine fotografica dell’oggetto esaminato.
Nell’ambito della diagnostica, Artemis utilizza inoltre altre tecniche non invasive tra le quali il georadar e la termografia; quest’ultima, viene impiegata anche nel settore della certificazione energetica degli edifici storici, unitamente a sonde termoflussimetriche per la misura della trasmittanza delle pareti e reti di sensori wireless per il rilievo delle condizioni termoigrometriche degli ambienti. Artemis ha operato in Italia (citiamo: Villa del Labirinto di Pompei, Arcivescovado di Milano, Villino Durante a Roma, chiese di S. Maria della Salute a Venezia, San Ciriaco e Museo Diocesano ad Ancona, S. Maria di Pietrarossa presso Trevi, Madonna di Loreto a Spoleto, Teatro Marrucino di Chieti), in Romania (monasteri della Moldavia-Bucovina), in Algeria (Palazzo del Dey ad Algeri), in Vietnam (templi dell’area di Saigon).
Infine, l’attività svolta da Artemis si caratterizza anche per una costante attenzione verso lo sviluppo di tecniche innovative e, a questo proposito, Artemis è partner del progetto Europeo SMooHS-Smart Monitoring of Historic Structures (www.smoohs.eu), che si prefigge di sviluppare sistemi di monitoraggio competitivi e intelligenti, sensori miniaturizzati e algoritmi avanzati di processamento dati.



Metodo multilayer
Art Test, di provenienza del CNR di Firenze, ha brevettato una metodologia non invasiva a immagine per lo studio di opere d’arte dotate di rivestimenti policromi; tale metodologia è di tipo multispettrale, fa uso di radiazione visibile, infrarossa e ultravioletta (UV) e prende il nome di multilayer.
Il metodo multilayer permette di ottenere una stratigrafia a immagine, seppure qualitativa, degli strati più superficiali dell’intera superficie di un dipinto, incluse le vernici, ottenendo informazioni che integrano ed estendono quelle ottenibili dai metodi puntuali a campione (sia invasivi che non invasivi).
Questa nuova tecnica sfrutta, da un lato, il fatto che ogni materiale in esame (dotato in generale di caratteristiche chimiche diverse), quando sottoposto a radiazioni elettromagnetiche, presenta una risposta spettrale caratteristica e, dall’altro, la diversa trasparenza in dipendenza della lunghezza d’onda che è tipica dei materiali pittorici.
Il risultato di questo metodo è un set di immagini, corrispondenti ciascuna a uno strato a differente profondità. Ovvero a stesure di vernici sovrapposte e/o ritocchi pittorici dovuti a precedenti restauri o interventi di rifacimento.
La natura multispettrale dell’analisi, grazie alla possibilità di ottenere spettri riflessi o emessi dai corpi indagati a lunghezze d’onda diverse, offre inoltre la possibilità di ulteriori elaborazioni che consentono di avanzare ipotesi sulla natura e la composizione dei materiali utilizzati e di creare mappe tematiche sull’intera superficie dell’opera. Le immagini così ottenute permettono di rivelare dettagli e peculiarità preclusi alle tecniche tradizionali.
I risultati si sono rivelati efficaci e hanno incontrato immediato apprezzamento nel campo della conservazione dei beni culturali, con clienti prestigiosi come la Galleria degli Uffizi di Firenze e la Fabbrica di San Pietro in Vaticano. La tecnica ha permesso risultati fondamentali per lo studio di opere di Giovanni Bellini, Caravaggio, Simone Martini eccetera.



L’impronta sonica
Diasis, spin off dell’Università di Palermo, è proprietaria del brevetto dell’impronta sonica, che rappresenta un nuovo metodo per l’identificazione e il monitoraggio delle opere d’arte.
La tecnica di indagine non invasiva, applicabile su manufatti costituiti da materiali rigidi, quali vasellame, statue e in generale oggetti lapidei, metallici o lignei, si basa sulla capacità degli oggetti di vibrare se sollecitati da una sorgente esterna artificiale: infatti, dallo studio delle oscillazioni smorzate indotte è possibile costruire una impronta sonica degli oggetti stessi, una sorta di DNA che li possa identificare senza ombra di dubbio ed eventualmente possa anche valutare lo stato di consistenza meccanica (o integrità).
L’impronta sonica può essere in particolare utilizzata nella gestione e nella catalogazione delle collezioni dei beni museali, qualora vi sia la necessità di valutare univocamente l’identità e l’integrità dei beni, specie nei casi di «prestito» nazionale e internazionale delle opere d’arte, che comporta il trasporto e i rischi connessi. Un eventuale deterioramento del manufatto, provocato, per esempio, da una lesione, comporta variazioni significative del suo modo di vibrare, facilmente rilevabili tramite il confronto della impronta sonica rilevata prima e dopo il deterioramento (impronta sonica come monitoraggio). L’applicazione della metodologia in situ è possibile grazie all’utilizzo di una strumentazione dedicata che, in tempi brevi e con elevata precisione, consente di rilevare e archiviare l’impronta sonica di un oggetto. L’apparecchiatura portatile, messa a punto da Diesis, è dotata di un software di elaborazione automatico che consente di rilevare (in meno di mezz’ora) l’impronta sonica dell’oggetto, rappresentabile anche sotto forma di codice a barre e archiviabile su supporti informatici di vario tipo. Tale tecnologia può essere altresì utilizzata nel settore dell’ingegneria civile.
Fra le altre metodologie innovative messe a punto da Diasis ritroviamo anche la Dromocrona Globale che sfrutta le onde ultrasoniche per trasparenza al fine di valutare con precisione lo spessore e il livello di degrado dello strato superficiale di manufatti lapidei. L’azienda effettua anche il controllo elettromagnetico (GPR rotante, con antenna ad alte frequenze) delle condizioni di sicurezza di alcuni elementi architettonici aggettanti di un edificio aventi funzioni ornamentali e/o di sostegno (per esempio, mensole lapidee), verificando la presenza di eventuali lesioni che possano recare pregiudizio alla stabilità dell’elemento.

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