Technology Review - Published By MIT
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N.1 GENNAIO-FEBBRAIO 2010 - Energia, Ambiente, AgricolturaEnergia
Il gas naturale cambia la mappa energetica
La scoperta in alcuni depositi scistosi di enormi quantità di gas naturale ha scatenato la corsa all’approvvigionamento. Ma sono ancora incerte le conseguenze del suo impiego.
di David Rotman | Direttore di «Technology Review», edizione americana
Il primo segnale che vi è qualcosa di insolito nelle rocce nere e piatte disseminate attorno alle rive del Lago Erie mi giunge quando Gary Lash ne frantuma un paio di fronte ai miei occhi. Si rompono facilmente in frammenti che rilasciano un leggero odore di idrocarburi, simile a quello del cherosene. Ma per Lash, geologo e docente presso l’Università SUNY Fredonia, frantumare le rocce a quel modo è un semplice trucco per attirare l’attenzione di un visitatore. Le rocce nere che affiorano dal terreno e si protendono da un promontorio verso la vicina spiaggia costituiscono il suo principale interesse.
Agli occhi esperti di Lash, l’esteso strato di argilla scistosa nera, che si protende quasi parallelamente alla spiaggia, rivela centinaia di milioni di anni di storia geologica. Gli scisti, formatisi oltre 350 milioni di anni fa dal deposito di residui organici sul fondo poco profondo del mare che un tempo copriva quello che oggi è l’Est degli Stati Uniti, sono a lungo rimasti sepolti a oltre due chilometri di profondità per emergere lentamente. Ora, le rocce esposte mostrano segni di fratture e scissioni. «Abbiamo dimostrato che queste fratture possono essere state causate esclusivamente dalla generazione di idrocarburi», dice Lash.
Questa formazione non è che l’estremità di un vasto deposito di roccia nera che si estende per decine di milioni di acri al di sotto della parte occidentale dello stato di New York, gran parte della Pennsylvania settentrionale e occidentale, e diverse aree di Ohio, West Virginia, Maryland e Kentucky. Lo strato più vecchio e in profondità viene chiamato lo «scisto Marcellus» e, se i geologi quali Lash dovessero avere ragione, racchiuderebbe abbastanza gas naturale da contribuire al cambiamento dei consumi energetici degli Stati Uniti per i decenni a venire.
Gli esperti credono che il paese abbia a disposizione molto più gas naturale di quanto si sarebbe mai potuto immaginare tre o quattro anni fa. La revisione delle stime è dovuta principalmente alle nuove tecniche avanzate di perforazione che rendono economicamente valida l’estrazione del combustibile dal scisto.
Il Marcellus è l’ultimo deposito di gas a essere stato scoperto e potrebbe trattarsi del più vasto, ma restano ancora molti altri depositi disseminati nel paese. Stando ai dati  riportati dalla Energy Information Agency (EIA) del Dipartimento dell’Energia, gli Stati Uniti consumano approssimativamente 23 trilioni di piedi cubi (TCF, trillion cubic feet) di gas naturale all’anno. In un bilancio biennale pubblicato a giugno del 2009 dal Potential Gas Committee (PGC), una organizzazione con sede presso la Colorado School of Mines, l’ammontare della riserva potenziale di gas nel paese è stato stimato a 1.836 TCF. Questo valore è superiore del 39 per cento rispetto al bilancio precedente. Se, come è stato calcolato dalla EIA, si tiene conto dei 238 TCF in «riserve confermate» (la quantità di gas che può essere prodotta nelle attuali condizioni economiche), il PGC arriva a 2.074 TCF. In altre parole, stando agli attuali consumi, vi è abbastanza gas naturale per rifornire il paese per i prossimi 90 anni. Persino sostituendo completamente il carbone con il gas naturale per la generazione di elettricità, la fornitura domestica basterebbe per i prossimi 50 anni.
Stando a quanto detto da John Curtis, docente di geologia e ingegneria geologica presso la Colorado School of Mines e direttore della Potential Gas Agency, che fornisce assistenza tecnica al PGC, la maggior parte delle risorse recentemente scoperte sono collocate in depositi scistosi, che si stima contengano 616 TCF di gas recuperabile. Secondo alcuni calcoli, nel solo bacino degli Appalachi si troverebbero 227 TCF di gas provenienti principalmente dal deposito Marcellus. E, a parere di Curtis, nel prossimo bilancio saranno indicate quantità maggiori di gas proveniente da giacimenti scistosi.
In realtà, alcuni geologi ritengono che la quantità di gas presente nel deposito Marcellus e in altri siti scistosi superi le stime del PGC. Nel gennaio 2008, Lash e Terry Engelder, un collega della Pennsylvania State University, avevano calcolato che la quantità di gas recuperabile dal deposito Marcellus ammontasse a 50 TCF. Ma i risultati promettenti delle prime perforazioni hanno portato questo valore a 489 TCF. Se questo dovesse corrispondere alla realtà, il deposito Marcellus sarebbe il secondo deposito di gas naturale più grande al mondo; solamente un deposito condiviso in mare aperto da Iran e Qatar è più grande.
Il gas naturale offre dei vantaggi rispetto ad altri combustibili fossili. Brucia in maniera più pulita rispetto al carbone, producendo meno anidride carbonica. Poiché le centrali elettriche a carbone sono responsabili della generazione di un terzo delle emissioni di anidride carbonica negli Stati Uniti, la sostituzione anche solo parziale del carbone con il gas potrebbe ridurre significativamente l’inquinamento. E l’utilizzo del gas al posto della benzina e del gasolio nei veicoli potrebbe ridurre la dipendenza del paese dal greggio di altri paesi.
Ma sono ancora incerti gli effetti che la scoperta di una così grande riserva di gas naturale avrà sul consumo energetico degli Stati Uniti. Il carbone è generalmente più economico del gas naturale e rimane perciò la scelta preferita dalla maggior parte dei produttori. Nel frattempo, le case automobilistiche non hanno motivi economici per iniziare a produrre vetture alimentate a gas naturale, e non vi sono infrastrutture adibite al loro rifornimento. A meno che non vengano apportate modifiche alle regolamentazioni federali, prevede la EIA, la domanda di gas naturale è destinata a rimanere pressoché invariata per i prossimi decenni.
Gruppi liberal di Washington, l’industria del gas e gruppi ambientalisti, forti dei benefici ambientali e di sicurezza nazionale che ne deriverebbero, stanno esercitando pressioni a favore di una politica che sviluppi il gas naturale tra le risorse adoperate dal paese. Se questi gruppi riuscissero a persuadere i legislatori, una serie di incentivi finalizzati a incrementarne l’utilizzo potrebbero svolgere un ruolo chiave all’interno del dibattito sull’energia previsto al Congresso. Secondo Reid Detchon, direttore esecutivo della Energy Future Coalition, un’organizzazione di ispirazione ambientalista con sede a Washington, in precedenza i legislatori ritenevano che il gas naturale fosse una «risorsa in declino».  Adesso invece è possibile stabilire una politica energetica fondata sulla «disponibilità di una enorme quantità di gas».
«Non importa la quantità esatta», dice Mark Zoback, docente di geofisica presso la Stanford University. «I valori sono talmente elevati da indicare che disponiamo di una risorsa domestica estremamente ampia che giocherà un ruolo significativo nel futuro energetico del paese». Il gas naturale, però, non è la soluzione finale. Infatti Zoback aggiunge che «è possibile che nell’arco dei prossimi dieci, venti anni riusciremo a liberarci completamente del carbone facendo uso del gas come principale combustibile per la generazione di elettricità. Non credo che il gas naturale sia una alternativa alle energie rinnovabili, ma ritengo che sia in assoluto il miglior combustibile nella fase di distacco dai combustibili fossili».

Le nuove tecniche di perforazione
La corsa alla perforazione dello scisto Marcellus è già iniziata in Pennsylvania. Stando al rapporto pubblicato questa estate dallo stato della Pennsylvania, nel 2009 le perforazioni dovrebbero generare un profitto pari a 3,8 miliardi di dollari e creare più di 48.000 posti di lavoro. Il business dell’estrazione del gas dal giacimento «è ancora ai primi passi», ha detto Robert Watson, docente emerito che collabora a queste operazioni, nonché uno degli autori del rapporto. «È una attività assolutamente nuova», egli spiega.
Non solo i giacimenti di gas naturale occupano il 60-65 per cento dello stato, dice Watson, ma molte delle zone ideali alla perforazione sono adiacenti a condutture preesistenti attraverso le quali è possibile trasportarlo a basso costo lungo tutto il Nord Est del paese, che costituisce il più grande mercato di combustibile al mondo. «Alcune delle condutture passano proprio attraverso il cuore dello scisto Marcellus», aggiunge Watson. «È sufficiente un pozzo per poter allacciare il gas a una conduttura che porta dritto a New York City». Stando alle sue previsioni, le perforazioni dovrebbero generare un profitto pari a un trilione di dollari nel corso dei cento anni di vita utile stimata e creare 120.000 posti di lavoro nel solo stato della Pennsylvania entro il 2020. Secondo Watson «la Pennsylvania ha il potenziale per diventare l’OPEC del gas naturale. Un simile cambiamento nell’economia della Pennsylvania non si vedeva dal crollo dell’industria dell’acciaio».
Le sue affermazioni apparentemente iperboliche acquistano maggiore veridicità visitando il Sud Ovest della Pennsylvania, una zona conosciuta per la produzione di acciaio e l’estrazione di carbone. Qui la crisi dell’industria dell’acciaio ha lasciato industrie abbandonate alla ruggine e, fino a poco tempo fa, una economia fatta di stenti. Adesso invece le strade rurali sono gremite di pickup «nuovi di zecca» e di apparecchiature industriali per la trivellazione; decine di pozzi per l’estrazione del gas si nascondono tra le colline e le piccole fattorie, con qualche piattaforma di perforazione che si erge occasionalmente al di sopra del profilo dei colli.
Una delle aziende in testa alla corsa al gas in Pennsylvania è la Range Resources, con sede a Fort Worth, che ha realizzato i primi pozzi commerciali nel 2004. Presso uno dei siti di perforazione della Range Resources, all’incirca a 45 minuti da Pittsburg, una massiccia piattaforma di trivellazione del valore di molti milioni di dollari spicca al di sopra del paesaggio rurale. La piattaforma perforerà mezza dozzina di pozzi a distanza di pochi metri l’uno dall’altro. Una volta terminata la realizzazione di un pozzo, un massiccio impianto idraulico solleverà le tonnellate di attrezzature per spostarle verso il pozzo successivo. Accanto al sito di perforazione si trova uno stagno isolato da materiale di plastica, all’interno del quale vengono riversati il fango e i detriti estratti dal pozzo.
La Range e altri produttori di gas fanno affidamento su tecniche di perforazione utilizzate nello scorso decennio in giacimenti scistosi nel Nord Est del Texas. Dentro la roulotte che funge da centro operativo è rappresentata in maniera evidente la complessità del compito. Su una parete, una cartina mostra i piani di perforazione. La trivella scenderà a oltre mille metri di profondità, passando attraverso vari tipi di sedimenti. Poi, nell’arco di circa 275 metri, cambierà gradualmente angolo di 90°, così da poter attraversare orizzontalmente lo scisto Marcellus alla profondità di circa 2.000 metri. Gli operatori della trivella sono in grado di controllare il posizionamento della punta di perforazione con uno scarto molto ridotto. Mantenendo la punta entro un margine di sei metri è possibile seguire  lo scisto Marcellus per 1.600 metri. L’approccio orizzontale è cruciale in quanto permette al pozzo di passare attraverso una grande porzione dello scisto. Col tempo, i vari pozzi che partono da questo sito si estenderanno al di sotto della campagna, assorbendo il gas da centinaia di acri di scisto.
La parte più difficile dell’intera operazione ha inizio una volta ultimato il pozzo e rimossa la piattaforma di trivellazione. A quel punto una piccola armata di attrezzature specializzate, tra cui decine di camion carichi di acqua, fanno il loro ingresso sulla scena per attuare l’idrofratturazione, una tecnica per fratturare la roccia iniettandovi un fluido ad alta pressione, che consente di stimolare il flusso di gas all’interno del pozzo. Sebbene lo scisto Marcellus sia impregnato di gas, la roccia lo trattiene imprigionato. Per favorirne la fuga, gli ingegneri pompano ad alta pressione milioni di galloni di acqua all’interno del pozzo e della roccia scistosa. Se tutto va bene, una volta estratta l’acqua il gas naturale fuoriesce rapidamente dalla roccia ed entra nel pozzo.
Il funzionamento di questo processo è un tributo alle meraviglie della geologia e alla creatività degli ingegneri artefici delle trivellazioni. Come nelle rocce scistose nere sulle sponde del Lago Erie, lo scisto Marcellus è pieno di piccole fratture naturali generatesi milioni di anni fa a seguito dell’espansione dei gas idrocarburi che si erano formati al suo interno. L’acqua ad alta pressione, unita a sabbia fine e additivi chimici, serve ad allargare quelle fratture. Il risultato di questa operazione è la formazione di zone permeabili al gas che si irradiano a partire dal pozzo per centinaia di metri.
Geologi quali Gary Lash e Terry Engelder sapevano da molto tempo che la roccia scistosa nel bacino appalachiano conteneva grandi quantità di gas naturale. Infatti, il primo pozzo di gas naturale fu scavato nel 1825 a Fredonia, nello stato di New York, distante giusto qualche miglia dal Lago Erie; al tempo, tubature in legno venivano utilizzate per trasportare il gas fino alle abitazioni del paese, dove veniva utilizzato per l’illuminazione. Ma i geologi non si aspettavano di scoprire che un simile quantitativo di gas si potesse estrarre a basso costo. A seguito della pubblicazione nel 2007 dei primi risultati delle perforazioni eseguite dalla Range Resources, Engelder ricorda che nel corso di una teleconferenza con gli investitori di New York gli era stata rivolta una domanda sull’esatta quantità di gas presente all’interno dello scisto Marcellus. Si trattava di un calcolo che non si era mai preoccupato di effettuare. Al tempo, rammenta Engelder, dopo un attimo di silenzio aveva risposto: «Non ne sono sicuro, ma lo saprò con certezza entro la fine della giornata». Eseguiti alcuni calcoli basandosi sulle dimensioni della formazione e la quantità potenziale di gas contenuto nella roccia, chiamò Lash per chiedergli una conferma dei calcoli. Il giorno seguente Lash richiamò per comunicare i suoi risultati. Erano giunti alla stessa conclusione. «Accidenti, c’è tantissimo gas».
 
Il gas naturale: un ponte per il XXI secolo
I punti a favore dell’utilizzo di più gas naturale rispetto a carbone e petrolio sono molteplici. Le centrali a carbone generano intorno al 50 per cento dell’elettricità utilizzata negli Stati Uniti, ma sono responsabili dell’82 per cento delle emissioni di anidride carbonica prodotte dall’industria energetica. Oltretutto, molte delle centrali a gas esistenti, che producono il 50 per cento in meno di emissioni di anidride carbonica rispetto a quelle a carbone, possiedono già capacità in eccesso e vengono solitamente affiancate alle centrali a carbone durante i picchi di domanda.
È inoltre facile, dal punto di vista tecnologico, sostituire il gas naturale alla benzina o al gasolio nelle automobili e nei camion. Sfortunatamente, in questo modo la riduzione dell’effetto serra non avrebbe un impatto decisivo quanto la sostituzione del carbone nell’industria energetica. Un’auto a gas naturale emette all’incirca il 25 per cento in meno di anidride carbonica rispetto a una vettura a benzina, ma, siccome il settore dei trasporti copre solo un terzo delle emissioni di gas serra negli Stati Uniti, persino la conversione di tutte le vetture nel paese ridurrebbe le emissioni globali del solo 8 per cento. Nonostante ciò, l’utilizzo del gas in parte del parco veicoli del paese, quali autobus e taxi, sarebbe relativamente semplice e contribuirebbe alla riduzione della dipendenza dal petrolio importato.
A metà del mese di agosto, la Energy Future Coalition e il Center for American Progress (un influente gruppo di Washington con stretti legami con l’amministrazione Obama) hanno rilasciato un documento intitolato: Natural Gas: A bridge for the 21st Century.
Il tempismo con cui è stato pubblicato il documento è dovuto alle recenti scoperte di gas in depositi scistosi e al desiderio di rendere il gas naturale uno degli argomenti su cui dibattere in Congresso per la definizione della tassa energetica. Le regolamentazioni suggerite per la tassa, quali un programma cap-and-trade per negoziare un prezzo sulle emissioni di anidride carbonica, potrebbero stimolare la crescita di un forte mercato del gas naturale. Una volta raggiunto un prezzo di 20-30 dollari per tonnellata di anidride carbonica emessa, dice Detchon della Energy Future Coalition, «sarebbe economicamente vantaggioso per le imprese passare dal carbone al gas». Detchon è inoltre favorevole a un provvedimento per la riduzione della CO2, che imporrebbe alle imprese l’utilizzo del gas naturale per una determinata percentuale di elettricità prodotta, e incentivi ai produttori di energia affinchè chiudano le loro centrali a carbone più vecchie e inquinanti.
Questo genere di cambiamenti è indispensabile per favorire lo sviluppo delle strutture di estrazione di gas da depositi scistosi, sostiene Jeff Ventura, direttore operativo di Range. Lo scorso anno, il prezzo del gas naturale aveva toccato i 13 dollari per migliaio di piedi cubi (MCF), ma un esubero nella fornitura e la carenza di domanda lo hanno fatto precipitare fino a 3 dollari per MCF nell’estate del 2009, il valore più basso registrato dal dicembre del 2001. Di conseguenza, le perforazioni sono state rallentate al punto da essere completamente messe in stand by in alcune regioni del paese (sebbene le perforazioni dello scisto Marcellus in realtà siano aumentate). Un prezzo «ragionevole» di 6-8 dollari per MCF, dice Ventura, permetterebbe alle società di perforazione di sfruttare al meglio il gas presente nei depositi scistosi. Per ritornare a questi prezzi non sarà solo necessaria una ripresa economica, ma anche una serie di normative che facciano crescere la domanda stimolando l’utilizzo del gas naturale da parte delle aziende energetiche. «Si tratta di qualcosa che potrebbe accadere immediatamente,» spiega Ventura. «Un incremento nella produzione di energia dal gas naturale avrebbe un impatto immediato».
Qualora la ricerca avviata dal geofisico Zoback di Stanford dovesse avere esiti positivi, le trivellazioni dei depositi scistosi potrebbero inoltre comportare un beneficio ambientale meno evidente. Le centrali alimentate a combustibili fossili, che si tratti di carbone o di gas naturale, dovranno essere in grado di catturare e trattenere le proprie emissioni di anidride carbonica. Ciò significa trovare un sistema sicuro ed economico di immagazzinamento della CO2 affinché non si disperda nell’ambiente. Secondo Zoback i depositi scistosi potrebbero fornire una soluzione a questo problema.
Zoback sta accertandosi della fattibilità di un processo che permetterebbe di intrappolare l’anidride carbonica in pozzi di gas naturali prossimi all’esaurimento e, nel contempo, strizzarne fuori altro gas. Si ritiene che almeno parte del metano nello scisto venga assorbito dai sedimenti: le molecole gassose formerebbero una sottile pellicola aderente alla superficie del materiale organico e dell’argilla presenti nel deposito. Alcuni test preliminari hanno dimostrato però che l’anidride carbonica si lega con più forza a questi materiali rispetto al metano. Secondo Zoback, l’anidride carbonica pompata all’interno del deposito potrebbe prendere il posto del metano assorbito dalla roccia e forzarlo all’interno del pozzo. Se questo processo dovesse funzionare, permetterebbe di estrarre altro gas naturale da pozzi esauriti e di confinare in maniera sicura l’anidride carbonica sottoterra.
Zoback sostiene che passeranno anni prima che riesca a scoprire se il processo funziona. «Ovviamente, la strada che porta dall’idea all’applicazione è molto lunga. E vi sono molteplici quesiti da risolvere», egli dice. Ma, aggiunge, l’attuale rallentamento delle attività di perforazione fornisce una opportunità per collaudare questa teoria prima che le perforazioni aumentino nuovamente di intensità, come Zoback prevede per il 2011 o il 2012. Il geofisico di Stanford fa presente come attualmente l’anidride carbonica venga trasportata attraverso delle condutture fino ai pozzi petroliferi, dove viene adoperata per incrementare la produzione. Un simile sistema potrebbe essere utilizzato anche per i depositi di gas naturale. La costruzione di simili infrastrutture nei pressi dei siti di perforazione dei depositi scistosi faciliterebbe l’immagazzinamento dell’anidride carbonica.
 
Meglio stare con i piedi per terra
Nonostante tutto, alcuni esperti ritengono che una rapida espansione del mercato del gas naturale potrebbe comportare dei rischi. Temono infatti che il paese possa nuovamente diventare dipendente da un altro combustibile fossile che potrebbe addirittura rivelarsi, nel lungo termine, meno abbondante e più costoso rispetto alle previsioni.
L’esperienza della Gran Bretagna sul finire degli anni 1980 fornisce un esempio lampante. Era stata individuata una enorme risorsa non sfruttata di gas naturale nel Mare del Nord. Al tempo, il governo conservatore guidato dal primo ministro Margaret Thatcher era in lotta con i minatori di carbone, e il gas naturale era parso un combustibile attraente sia sul piano economico sia su quello politico. Fu così che il governo e l’industria favorirono quello che fu in seguito definita la «corsa al gas», consentendo per la prima volta l’uso del gas naturale per l’alimentazione delle centrali elettriche. L’industria nazionale del carbone crollò e l’energia nucleare fu ampiamente rifiutata. «Nel paese furono costruite rapidamente nuove centrali elettriche alimentate a gas», rammenta Tony Meggs, che al tempo era un dirigente della BP, responsabile della costruzione di condutture destinate all’esportazione del combustibile. «Cominciammo a sfruttare i depositi inutilizzati di gas naturale e, fintanto che andava tutto bene, fummo molto contenti».
Ma ripensandoci, dice Meggs, ora visiting engineer al MIT e condirettore dell’imminente rapporto sul gas naturale che verrà presentato all’Istituto, la rapida espansione del mercato in Gran Bretagna si rivelò una cattiva scelta politica. Oggi, egli spiega, il Regno Unito importa significative quantità di gas naturale da cui deriva gran parte della sua produzione energetica; entro il 2020 sarà costretto a importare il 70 per cento del gas, principalmente dall’Europa continentale. «Così siamo passati da una posizione forte di grandi risorse disponibili, con tutti che parlavano di abbondanti quantità di gas, a una posizione molto più discutibile dal punto di vista della sicurezza energetica», spiega Meggs. «È importante che gli Stati Uniti non intraprendano lo stesso percorso, espandendo il mercato e utilizzando in modo inappropriato le risorse per poi diventare dipendenti dalle importazioni».
Pur riferendosi ai nuovi giacimenti scistosi degli Stati Uniti come a una «grande benedizione», Meggs avverte che non è ancora certo a quanto effettivamente ammonti questa risorsa, in quanto le trivellazioni per estrarre il gas «sono ancora un fenomeno relativamente nuovo». A prescindere dalle normative che verranno approvate, è indispensabile che si tengano in considerazione fattori di questo genere. La ricerca sul gas naturale condotta dal MIT, per esempio, si incentrerà «non solo sulla effettiva quantità di gas, ma sulla sua durata futura, sul costo della sua estrazione e sulla portata delle incertezze in termini di costi e di effettiva recuperabilità», conclude Meggs.
Il timore, ovviamente, è che in rapporto al costo ambientale ed economico la effettiva quantità di gas recuperabile sia assai inferiore a quanto stimato dagli esperti. Jay Apt, direttore esecutivo del Carnegie Mellon Electricity Industry Center a Pittsburg, è franco: «Siamo agli stadi iniziali di un boom dei depositi scistosi. Nel corso di un boom economico, ogni professionista nel settore crede che questo durerà in eterno e rimane inesorabilmente sorpreso, a distanza di cinque o sette anni, dalla scoperta che non durerà in eterno». Apt prevede «un inevitabile ridimensionamento della quantità che questi depositi potranno effettivamente fornire». Dopotutto, continua Apt, «c’è differenza tra quello che Madre Natura dà e quello che si potrà estrarre». L’uso estensivo di terra e acqua da parte degli estrattori sta già avendo delle ripercussioni in Pennsylvania, egli dice. E il pericolo di una rapida conversione delle centrali elettriche al gas naturale sta nel fatto che una volta raggiunti i limiti delle risorse nazionali, le aziende elettriche dipenderanno dalle importazioni e saranno vulnerabili rispetto alle oscillazioni di prezzo.
Alcuni esperti del settore energetico sostengono che anche nel caso in cui le risorse di gas naturale dovessero essere abbondanti, non è chiaro quante delle attuali centrali elettriche verranno convertite e quanto tempo richiederà questo passaggio. Secondo David Victor, direttore del International Law and Regulation Laboratory dell’Università della California, a San Diego, molti dei sostenitori del gas naturale danno prova di ignorare alcuni aspetti relativi alla conversione delle centrali a carbone. «Se guardiamo alla quantità di gas necessaria a sostituire tutte le centrali a carbone del paese, parliamo di un incremento nel consumo di gas naturale pari al 50 per cento», dice Victor. «È un valore altissimo». Un incremento della produzione di pari dimensioni richiederà una intensificazione estesa delle trivellazioni, alcune delle quali in aree altamente popolate. «E non sappiamo che aspetto potrebbe assumere un’opera di trivellazione su così larga scala», afferma Victor. Molte delle persone che sostengono un passaggio generalizzato al gas naturale vivono in un «paese dei sogni», continua Victor. «Non hanno un’idea precisa dei risvolti pratici».
La generazione di elettricità con gas naturale rispetto al carbone ridurrebbe sensibilmente l’inquinamento da anidride carbonica. «Se il gas nei depositi scistosi si rivelerà disponibile in vaste quantità e a un basso costo, allora sarà uno strumento efficace per ridurre sensibilmente le emissioni», sostiene Victor. Ma, egli aggiunge, queste riduzioni non saranno sufficienti a soddisfare i traguardi nel lungo termine che prevedono l’abbattimento delle emissioni di anidride carbonica nel paese dell’80 per cento entro il 2050, come sostenuto dal presidente Obama e da un certo numero di altri leader politici. Secondo Victor, il passaggio al gas naturale «ci fa guadagnare del tempo» in attesa di poter apportare altre modifiche, quali il potenziamento dei sistemi eolici, nucleari, idroelettrici, solari e quanto altro faccia parte delle fonti a zero emissioni. «Il timore è che il gas naturale costituisca un ponte verso il nulla. E potrebbe trattarsi di un ponte molto costoso e incapace di avvicinarsi all’obiettivo delle riduzione delle emissioni dell’80 per cento».
Da un punto di vista tecnologico, gas naturale e risorse rinnovabili, quali vento e sole, potrebbero essere complementari fra loro. Le turbine alimentate a gas  naturale potrebbero essere utilizzate per generare elettricità in assenza di vento o con cielo coperto. Ma il rapporto economico e politico tra gas naturale e risorse rinnovabili è più complesso. Se le regolamentazioni federali e statali continueranno a incentivare il passaggio alle risorse rinnovabili, è possibile che l’industria elettrica decida di concentrarsi maggiormente su quelle tecnologie mantenendo nel frattempo attive le proprie centrali a carbone. La politica determinerà l’uso delle risorse rinnovabili, mentre l’economia determinerà l’uso del carbone. Le centrali a gas naturale finiranno con l’essere escluse.
D’altra parte, una eccessiva concentrazione sul gas naturale come soluzione per ridurre le emissioni di anidride carbonica potrebbe distogliere attenzione – e denaro – dalla necessità di passare a tecnologie prive di emissioni. «Sono un grande sostenitore del gas naturale, ma esiste un grande pericolo nel convincere tutti dei vantaggi del gas perdendo di vista i profondi cambiamenti tecnologici che sono necessari», conclude Victor.
La disponibilità di grandi quantità di gas naturale nello scisto Marcellus e in sedimenti simili sparsi negli Stati Uniti hanno cambiato sostanzialmente i conti dell’energia. La scoperta di questa grande e apparentemente economica risorsa di combustibile fossile ha sorpreso persino i geologi che hanno dedicato la propria vita allo studio degli scisti. Non c’è da stupirsi, quindi, se i legislatori e i politici stanno appena incominciando a scoprire il significato di queste scoperte.
Non è chiaro come – o addirittura se – i responsabili delle regolamentazioni in campo energetico sfrutteranno questa opportunità. Nel migliore dei casi, i nuovi giacimenti riconosciuti di gas permetteranno di guadagnare del tempo, fornendo l’occasione per ridurre le emissioni di gas serra in attesa dello sviluppo e della commercializzazione di nuove tecnologie innovative. Nel peggiore dei casi, il paese brucerà grandi quantità di questo combustibile per scoprire che le emissioni di anidride carbonica non sono state ridotte poi così tanto e che abbiamo sprecato risorse ed energie che avrebbero potuto essere investite nella ricerca di tecnologie più pulite.


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