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Pensieri migranti tra realtà e media
Quello della migrazione costituisce un campo di analisi della modernità fondamentale
per valutare l'attuale crisi della comunicazione e la qualità del giornalismo in Italia.
Di Mario Morcellini il 09-12-10
Perché il tema delle migrazioni ha un impatto così forte sulla nostra realtà? Una prima risposta a questo brusco interrogativo chiama in causa il posizionamento del giornalismo e della comunicazione. In pochi casi come quello della costruzione dell'immagine dei migranti appare più limpido il potere dei media. In generale, comunque, la tematica è delicata e sensibile per tutte le società industriali moderne e, dunque, per affrontarla esige razionalità e dati; non solo uno scatto di autoriflessione e responsabilità da parte dei media. Perché occorre riconoscerlo: la risposta più tipica nel descrivere il fenomeno della immigrazione è ancora quella dell'emergenza. Aumenta dissennatamente l'inquietudine individuale e collettiva, anche perché evoca altri tipi di emergenze che la modernità non ci ha risparmiato, come terrorismo e disastri naturali. Non c'è infatti bisogno di studi sofisticati per ammettere che l'emergenza è il contrario della routine e già questa semplice constatazione ha un'ovvia conseguenza: trattare come emergenziale il tema dell'immigrazione significa cancellare la quotidianità e la continuità dell'azione di centinaia di migliaia di persone; ma anche sottovalutare lo straordinario potere di integrazione della vita di tutti i giorni. Comporta una perdita di specificità del fenomeno e un implicito di-sconoscimento che l'arrivo dei migranti in Italia è, ormai, una situazione a cui il sistema sociale si è in qualche misura adattato e che assume comunque una sua profondità storica. Conviviamo con i migranti da oltre due decenni e abbiamo tutte le possibilità identitarie e culturali per gestire questa che, concettualmente, non può essere più considerata un'emergenza.

Ciò non significa disconoscere la complessità della questione della migrazione. Essa è per definizione dura da affrontare: lo è sempre stata anche storicamente, pur in epoche in cui gli spostamenti di popolazioni da un'area a un'altra erano caratterizzati da spirito di occupazione e di dominio. Lo è tanto più quando si rovescia la filosofia per cui si va in un altro paese per cercare condizioni più civili di vita e di benessere, magari per fuggire dalla povertà o dall'oppressione politica. La complessità si acuisce poi per i tratti psicologici connessi all'arrivo in un altro paese, con un prevedibile carico di attese e di frustrazioni esistenziali.

Di fronte a questo giacimento di tensioni e interrogandoci sulle evidenze dei comportamenti dei media, la prima cosa che viene in mente è la contestazione del loro ruolo nella diffusione della paura. Quali timori sono oggettivi e «reali» e quali, invece, sono creati e alimentati dai media? L'interrogativo rischia di essere scolastico, ma non possiamo dimenticare che ciò che accade nell'immaginario comporta plausibilmente conseguenze reali. Il contributo dei media nel processo di costruzione della realtà consiste proprio nella riconfigurazione e nella definizione dei temi problematici e controversi. E ciò avviene plausibilmente in due direzioni: la prima investe il modo in cui la sensazione di sicurezza si traduce in termini di qualità della vita e di relazioni tra gli individui; la seconda attiene, invece, alle dimensioni collettive del fenomeno, che finiscono per interessare direttamente la politica e le istituzioni, aprendo inedite e rilevanti questioni di responsabilità. è anche un espediente utile per approfondire le diverse valutazioni, sottoponendole alla luce dell'osservazione e del confronto di dati scientificamente fondati.
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