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Quando dico che ti amo
I terminali portatili comportano un'alterazione dei confini tra pubblico e privato, mettendo in crisi il rispetto di sé e del prossimo.
Di Jonathan Franzen il 03-10-08
Uno dei più seri motivi di irritazione nei confronti della moderna tecnologia è che ogni qualvolta una nuova scoperta ha peggiorato la qualità della mia vita e continua a trovare nuove strade per tormentarmi, non posso fare altro che protestare per un anno o due prima di sentirmi dire che devo smetterla di andare controcorrente. Le cose si stanno ripetendo di questi tempi.

In realtà non ho mai avuto una posizione pregiudiziale nei confronti dei cambiamenti tecnologici. La posta vocale digitale e l'identificatore di chiamata, che insieme hanno abbattuto la tirannia dello squillo telefonico, mi sembrano due delle più grandi invenzioni della fine dello scorso secolo. Allo stesso modo adoro il mio BlackBerry, che mi permette di liquidare lunghe e non desiderate e-mail con qualche rapida riga telegrafica, di cui il ricevente è nondimeno obbligato a essere grato se non altro perché le ho battute con i miei pollici. Per non parlare delle mie cuffie auricolari antirumore, con cui posso fare dirompere il rumore bianco a basse frequenze ("rumore rosa") che copre perfino il latrato televisivo più persistente del vicinato: non me ne separerei mai. Che dire poi del meraviglioso universo della tecnologia DVD e degli schermi ad alta definizione, che mi hanno tenuto lontano dalla lordura dei pavimenti dei cinema e dagli interminabili mormorii degli spettatori, interrotti solamente dallo sgranocchiamento degli immancabili pop corn. Sublime!
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