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McLuhan, un autore ancora attuale
Di Andrea Miconi il 17-03-11


Che Marshall McLuhan sia un autore ancora attuale, ormai, è perfino un luogo comune: ma la cosa merita qualche precisazione. Perché McLuhan, a guardare bene, non è un autore ancora in voga, ma un teorico rabbiosamente tornato di moda; improvvisamente restituito alla riflessione scientifica, e ben più popolare oggi di quanto non fosse nei decenni passati. Basta infatti tornare indietro di qualche anno, per notare come l'egemonia di altre scuole avesse messo ai margini il pensiero di McLuhan, e preferito (legittimamente) approcci diversi, dalla communication research all'analisi del contenuto, dai paradigmi dell'immaginario e dell'industria culturale alla ventata dei cultural studies e al grande equivoco del consumo attivo: in un modo o nell'altro, del più di-scusso teorico dei media non si sono a lungo trovate tracce nei manuali, nei programmi didattici e nei corsi di laurea in scienze della comunicazione. Prendete gli inappuntabili manuali di Mauro Wolf, su cui si sono formate almeno un paio di generazioni di sociologi dei media: McLuhan vi compare una volta appena, nello spazio di una nota, e manca del tutto in bibliografia (mentre Umberto Eco, per parte sua, ne aveva parlato poco, e in tono non sempre elogiativo). Teorie delle comunicazioni di massa, il testo di De Fleur e Ball-Rokeach a lungo adottato nei corsi di media studies, niente. Società e comunicazioni di massa, il lavoro germinale di Gianni Statera, niente. Ancora Le comunicazioni di massa, di Denis McQuail, e I mass media tra testo e contesto di Roberto Grandi, altri due manuali canonici degli anni '90, e anche qui poca cosa; e si potrebbe continuare a lungo. Qui sta il paradosso, perché se McLuhan era poco usato per studiare la galassia dei media elettrici, su cui si era esercitata la sua teoria, è tornato invece popolare quando sono comparse tecnologie nuove, che non aveva potuto osservare, e che, a rigore, dovrebbero essere più difficilmente interpretabili in base alle sue idee. E dunque, come si spiega questa ennesima bizzarria della ricerca sui media?
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