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La testa e la mano
Di Gian Piero Jacobelli il 21-12-05
Ci sono gesti che hanno attraversato l'intera iconografia occidentale non per ciò che dicono, poco o tanto, ma per ciò che non dicono: tanto, certamente. Forse proprio perché comunicano significati eccessivi, si è finito per banalizzarli, per renderli convenzionali, per depotenziarli semanticamente così da poterne fare un uso quotidiano senza trovarsi a rimettere in questione, ogni volta, la propria visione del mondo e il proprio sistema di valori.

Per esempio, è questo il caso del sempre attuale e frequentatissimo gesto delle corna, che appare tanto eloquente, quanto criptico perché, nonostante la sua apparente immediatezza, chiama in causa tanto la dimensione della natura quanto quella della cultura. E' anche il caso di un altro gesto che ci accompagna dai poemi omerici, con la drammatica e commovente raffigurazione di Aiace che medita sulle proprie sventure e premedita il suicidio, sino alle rivisitazioni contemporanee della celeberrima statua di Auguste Rodin: il gesto di chi pensa intensamente, poggiando la testa sulla mano; il gesto della malinconia, alla quale è stata dedicata una sterminata letteratura e ultimamente una affascinante, anche se pletorica mostra, che sino a gennaio è allestita a Parigi e poi verrà trasferita a Berlino.
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